Borsellino (Assogestioni): “Operazione trasparenza sui fondi d’investimento”

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Per il vicepresidente di Assogestioni e amministratore delegato di Generali Investments, cresce l’attenzione ai bisogni dei clienti.

di Redazione18 aprile 2018 | 08:30

di Pier Emilio Gadda

Nonostante i de flussi registrati nel mese di febbraio, l’industria del risparmio gode di buona salute, reduce da 20 trimestri consecutivi di raccolta positiva, che hanno portato il patrimonio gestito complessivo sopra quota 2.083 miliardi di euro, 14 miliardi in meno rispetto al record storico toccato a fine gennaio. Ma il contesto in cui si muovono gli operatori dell’asset management è in fermento, tra nuove regole e grandi operazioni di consolidamento nel settore su scala transnazionale. Quindi, rapporti di forza in evoluzione, anche rispetto al ruolo dei canali distributivi. E crescenti pressioni competitive, soprattutto da parte degli strumenti passivi, che continuano a conquistare nuove fette di mercato a scapito della gestione attiva. Colpa, va detto, dei costi elevati ma anche dei risultati conseguiti negli ultimi anni dai fondi comuni, giudicati da molti investitori non all’altezza delle aspettative. Già oggi i fondi passivi valgono circa un terzo del patrimonio gestito negli Usa. Come si pone l’industria del risparmio
 di fronte alla crescita delle masse investite in Etf? “Questa dinamica fra strumenti attivi e passivi non è una novità, ma è una delle caratteristiche distintive del nostro mercato”, premette Santo Borsellino (nella foto), vice presidente di Assogestioni e amministratore delegato di Generali Investments. “Gli strumenti passivi come gli Etf rappresentano certamente una parte importante del mercato, ma accanto a questi resta fondamentale il ruolo dei prodotti attivi, con un focus sempre maggiore sulla diminuzione dei costi e sul valore aggiunto che tale gestione può dare”.

Qual è l’impatto di Mifid 2 sul modello di business delle fabbriche prodotto e sui rapporti che intercorrono con i distributori?


La nuova direttiva europea sta portando gli asset manager a una crescente attenzione verso l’analisi del target market a cui ogni prodotto si rivolge, mettendo quindi i clienti e le loro necessità al
centro della propria attività. Dall’altro
 lato si osserva una migliore trasparenza sulla struttura dei costi. Insomma, più
in generale, un migliore processo di governance di prodotto. Questo fattore potrebbe, d’altro canto, ridurre il numero dei gestori per i distributori, i fund selector o i private banker, aumentando 
la pressione sulle commissioni e la competizione tra i gestori di fondi. In definitiva, Mifid 2 impone anche maggior trasparenza sulla capacità dei singoli operatori di offrire valore aggiunto nelle varie fasi del processo di gestione e distribuzione. Uno sviluppo, questo, comunque apprezzabile.

Aumenta il numero di asset manager che offrono nel mercato italiano fondi con classi clean,
cioè prive delle commissioni di distribuzione. La consulenza su base indipendente favorirà un ulteriore sviluppo di queste share class a prezzi “scontati”?

È indubbio che la consulenza indipendente possa giocare un ruolo importante verso una maggiore domanda per le classi senza fee di distribuzione.
 Il punto, tuttavia, è proprio lo scenario di crescita della consulenza indipendente, che dipende dalla capacità di valorizzare il rapporto di fiducia con i clienti e la percezione del valore di questo modello di servizio.

L’offerta di prodotti absolute return e outcome oriented, con un esplicito obiettivo in termini di rendimento, è destinata a consolidarsi rispetto ai prodotti direzionali, orientati al benchmark?

Se ragioniamo in una situazione di mercato come quella attuale, caratterizzata da un ritorno su livelli più alti di volatilità, queste soluzioni trovano certamente uno spazio importante
 di sviluppo, perché i risparmiatori continuano a indirizzare il proprio interesse in questa direzione. Solo la futura evoluzione dei mercati, però, potrà dire se strumenti benchmark-oriented potranno comunque incontrare il favore degli investitori finali.

Un’indagine di State Street rileva che il 75% degli under 35 ritiene limitate o inesistenti le proprie conoscenze sulle pensioni. Cosa può fare l’industria per attirare 
i giovani verso la previdenza complementare?

Questo è un tema che affrontiamo spesso in Assogestioni. In generale, la cultura finanziaria in Italia, soprattutto fra i giovani, andrebbe accresciuta, partendo da interventi anche in ambito scolastico. Quando i giovani entrano nel mondo del lavoro, la disponibilità o meno di un reddito stabile li spinge a posticipare ogni ragionamento in merito alla previdenza complementare, e di conseguenza a non informarsi adeguatamente in materia pensionistica.

L’esperienza dei Pir insegna 
che i benefici fiscali possono rappresentare una leva fondamentale. Anche per la previdenza complementare è necessario un intervento?

Certamente, come accaduto nel caso dei Pir, maggiori sgravi fiscali sulla previdenza complementare rispetto a quelli attuali potrebbero avere un effetto di incentivo a rivolgersi verso queste soluzioni, anche da parte dei lavoratori più giovani.

 

 


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