Preparatevi all’Amazon dei fondi

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Intervista a Claudio Torcellan, partner di Oliver Wyman :”Ricavi a rischio per i gestori con il possibile sbarco
delle big tech sul mercato”

di Redazione18 maggio 2018 | 09:37

di Pieremilio Gadda

Non affrontando in modo drastico e in tempi stretti il tema dei costi, l’industria del risparmio vedrà prosciugare rapidamente i suoi margini. Riusciranno a difendersi solo gli operatori più agili nell’affrontare il cambiamento, che è multidimensionale: abbraccia, per citare solo alcuni temi, una nuova cornice di regole (Mifid 2) e maggiori oneri in tema di compliance per le fabbriche prodotto e i distributori, senza dimenticare le pressioni al ribasso sulle fee. È quanto emerge dall’ultimo report annuale Wholesale Banks & Asset Managers di Morgan Stanleye Oliver Wyman.

ASSET SU, RICAVI GIÙ – Nonostante masse gestite previste in aumento del 10%, lo scenario di base tratteggiato dagli analisti parla di ricavi in calo del 3% nel triennio 2017-2020 per gli asset manager, penalizzati da una pressione strutturale sulle fee e da una costante emorragia di capitali dalla gestione attiva a quella passiva. Vale la pena ricordare che negli ultimi due anni la prima ha visto flussi in aumento dell’1%, a fronte di un più 19% messo a segno dai “cloni” su scala globale. Nello stesso periodo, si è osservato un calo delle commissioni, rispettivamente del 2% e del 16%. La tendenza pare irreversibile e destinata ad accentuarsi ulteriormente. Non solo. Il rapporto di Morgan Stanley e Oliver Wyman si spinge oltre prefigurando un quadro ancora più tetro.

“Nel peggiore degli scenari, potrebbe essere necessaria una ristrutturazione ancora più radicale”, spiega Claudio Torcellan (nella foto), head of financial services South-East Europe di Oliver Wyman. “Crediamo che l’emergere di un marketplace stile Amazon nell’industria del risparmio sia una possibilità concreta. Ciò comporterebbe una spinta del pricing della gestione attiva verso il modello di Vanguard, e un calo nell’ordine di almeno il 50% per i ricavi dell’intero settore”. La notizia buona per l’industria italiana è che i tempi, nella Penisola, non sono ancora maturi per un’evoluzione così radicale.

TRA BIG DATA E INTELLIGENZA ARTIFICIALE – “L’Italia è in ritardo, sia nella penetrazione e nell’uso dei canali digitali, sia in termini di cultura finanziaria. Non dimentichiamo, poi, che sconta con la Spagna la quota di investimenti in Etf più bassa d’Europa, nell’ambito di un mercato ancora guidato dalla distribuzione”, osserva Torcellan. La notizia meno buona è che, spiega il manager di Oliver Wyman, “prima o poi
si arriverà a quel risultato anche da noi. Se mettiamo insieme la crescita degli strumenti passivi e la maggiore diffusione del digitale, con i big data e l’intelligenza artificiale, è chiaro che si aprono delle opportunità per piattaforme tipo Amazon, specializzate sulla distribuzione di prodotti e servizi finanziari”. Quanto tempo ci vorrà? Prima di tutto bisogna capire se i colossi della tecnologia come Facebook, Google, Amazon, Apple, Alibaba o Tencent, intendono davvero giocare la propria partita nel mercato dei servizi finanziari. “Per il momento hanno fatto solo qualche esperimento, mantenendo una posizione ancora marginale.

Entro i prossimi 5 anni, però, il quadro sarà più delineato. Ma un punto deve essere chiaro”, annota l’esperto, “se scenderanno in campo, lo faranno in un’ottica disruptive, con investimenti difficilmente replicabili dalle banche e i tempi di esecuzione saranno brevi”.

GESTIONE ATTIVA SOTTO PRESSIONE – Intanto, gli operatori devono fare i
conti con un problema più immediato: “Dato che il mercato toro volge al termine, crediamo che l’industria stia sottovalutando l’entità della riduzione dei costi necessaria per proteggere i margini attuali”, scrivono gli analisti nel report. Morgan Stanley e Oliver Wyman calcolano che la gestione dei dati valga ancora il 10%-20% dei costi complessivi sostenuti dall’industria e stimano un possibile risparmio del 20% legato all’automazione dei processi, più un altro 10% favorito da strategie di outsourcing. “Molti manager dovranno adottare nuovi sistemi informativi, sviluppati in modo da accogliere anche strumenti di gestione dei big data e soluzioni d’intelligenza artificiale. Alcuni player hanno concluso che è meglio costruire una piattaforma ex novo, piuttosto che mettere mano a un sistema It datato, cercando di modernizzarlo”, avverte Torcellan.
Nel frattempo, “l’uso sempre più diffuso di algoritmi e modelli quantitativi, molti dei quali sono liberamente reperibili e acquistabili in rete, tenderà a ridurre lo spazio di manovra della gestione attiva”, dice il consulente.

VINCERANNO I MIGLIORI – “Rimarranno i manager capaci davvero di generare alfa in modo sistematico. Probabilmente, però, il focus prevalente sarà sulle classi di attivo relativamente meno liquide”. Le pressioni sui costi, poi, tenderanno inevitabilmente a favorire le economie di scala. Lo si è già potuto vedere nel corso degli ultimi anni: i deflussi subiti da società di gestione con masse inferiori ai 100 miliardi di dollari sono stati doppi rispetto alla media dell’industria. Ma il fatto che diversi operatori, anche di dimensioni medio piccole, siano stati in grado di sovraperformare nettamente, evidenzia un altro aspetto: “Questo mercato non è solo per chi ha scala, ma anche per chi ha testa: i gestori migliori, le società più brave a utilizzare l’innovazione tecnologica a proprio vantaggio”, conclude Torcellan, “saranno sempre in grado di fare la differenza, il che apre opportunità anche ai player italiani”.


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