Intesa a parte, il private equity è in crisi

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Una ricerca svolta dall’università Bocconi rileva che il 2009 vedrà una frenata dell’attività da parte degli investitori istituzionali. Un’affermazione che sembra contrastare con le vicende emerse dai casi Fideuram-Exor e Fondaco-Polaris.

di Matteo Chiamenti21 settembre 2009 | 12:20

Il vecchio detto “Una rondine non fa primavera” funziona da avvertimento didattico nel non considerare necessariamente un evento, incipit di una corrente. Una frase che bene si adatta a quanto emerge da una recente ricerca della Sda Bocconi (in collaborazione con Barclays Pe, Misto Associati, Korn Feery, Mbl Partners e Alvarez&Marsal) sulle operazioni con capitale di rischio in Italia. L’attivismo del gruppo Intesa-SanPaolo non deve ingannare: nei primi mesi del 2009 si sono registrate solo una ventina di nuovi deal (contro i 159 del 2008) e si sono mostrate grandi difficoltà per le acquisizioni a leva di grandi dimensioni (superiori ai 250 milioni di valore d’impresa), a causa della mancanza di debito.

Tra i segnali di preoccupazione, come sostiene lo stesso Valter Conca della Sda Bocconi, si nota la stasi delle operazioni di disinvestimento, non favorita sicuramente dall’andamento borsistico e la corrispettiva crescita del numero di partecipazioni detenute da oltre 4 anni, che raggiunge quasi un terzo del portafoglio complessivo. Tuttavia, a favore del nostro paese, va detto che l’Italia è uno dei paesi dove il numero di transazioni nel private equity ha tenuto meglio nel 2008, riuscendo addirittura a passare da quota 125 del 2007 a 159 del 2008; se invece si va a guardare il resto d’Europa, vi è stata una netta contrazione dei deal, con il -75% della Francia, il -54% della Germania, il -68% della Spagna e il -63% del Regno Unito. Nell’attesa quindi della conferma della contrazione per il 2009, di può dire per lo meno di avere avuto un brillante passato.

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