La crisi e la regolamentazione

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Finché la barca va, lasciala andare. Questa sembra essere la filosofia di vita dei grandi della terra e dei banchieri. I mercati finanziari vanno (per ora) a gonfie vele e, allora, perché appesantirne la corsa con regole che, passata la fase acuta della crisi, rischiano solo di bloccare una crescita infinita.

di Redazione9 dicembre 2009 | 11:00

di Fabrizio Tedeschi

Le riforme importanti spesso conseguono a situazioni tanto patologiche da rendere obbligatorio l’intervento legislativo per essere sanate. Anche oggi lo scenario si ripete. Nelle fasi acute della crisi tutti invocavano riforme del sistema non ben definite, ma comunque con più vincoli e controlli. Quando i mercati recuperano buona parte di quanto perduto, l’ansia di mettere mano a nuove regole si sopisce.
Forse non siamo più vicini al rischio di chiusura dei mercati, come paventato a suo tempo, ma la crisi di Dubai, il prezzo dell’oro e altro ancora dimostrano, qualora ve ne fosse bisogno, che non siamo per niente usciti dal tunnel, anzi forse ne dobbiamo ancora vedere i lati più oscuri, quelli legati al tasso di disoccupazione della forza lavoro.
E’ evidente il desiderio di banchieri e finanzieri di sottrarsi a controlli troppo intensi o anche semplicemente a subire regole di maggiore trasparenza. E pensare che non sarebbero necessarie norme troppo rigide per ridare fiducia al sistema e consentirgli nuove possibilità di crescita, anche senza interventi troppo pesanti, ma semplicemente applicando con vero rigore le norme oggi esistenti. Si deve, ad esempio, migliorare le qualità della vigilanza. La relazione sulla vicenda Madoff (nella foto) dell’ispettore capo della Sec è illuminante sotto questo profilo. Definisce i vigilanti della Sec “incapaci e incompetenti” senza tanti mezzi termini e con tanto di documento pubblicato sul sito ufficiale dell’Autorità. Il primo passo è quindi il miglioramento della qualità delle persone che fanno la vigilanza, spostando l’enfasi dalla elaborazione di regolamenti e circolari alla ricerca delle frodi e delle anomalie del mercato.
È gratificante scrivere una norma o un regolamento, fare insomma l’alta vigilanza; lo è molto meno la loro applicazione, spulciando carte e rendiconti, insomma un lavoro di bassa cucina. Una norma inapplicabile vuoi per la sua natura vuoi per quella dei vigilanti è dannosa ancora prima che inutile.
Altro intervento che non richiederebbe modifiche troppo incisive è quello sui ratio patrimoniali degli intermediari, in particolare delle banche. Rapportando l’erogazione del credito a una maggiore patrimonializzazione della banca, questa dovrebbe procedere automaticamente a una decisa selezione dei propri impieghi. Altro punto dolente, ma di facile applicazione, riguarda i derivati. Basterebbe una comunicazione come quella della Consob sui titoli illiquidi per riportare il mercato entro limiti più ragionevoli spingendolo verso la costituzione di un mercato ufficiale con tanto di controparte centrale e una maggiore trasparenza.
Naturalmente tutti questi interventi risulteranno inutili se non saranno accompagnati da una intensa attività di enforcement che obblighi tutti al rispetto delle regole.

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