Voglia di dividendo

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di Redazione26 febbraio 2010 | 10:45

di Giuseppe G. Santorsola

La valutazione dei progetti di bilancio per il 2009 è all’ordine del giorno dei Consigli di Amministrazione di ogni società. Dopo una stagione di rinunce diffuse e necessariamente accettate, la diversità dei risultati registrati nel 2009 suscita interessi, attese e soluzioni in merito alla distribuzione di dividendi. Nel linguaggio borsistico americano meno sofisticato, il dividendo viene chiamato “tip” e cioè “mancia”. Ne deriva l’idea che sia un qualcosa che si aggiunge alla naturale attesa di capital gain connaturata all’investimento azionario. Se ci si abitua alla mancia peraltro, la si considera come atto dovuto e la relativa mancanza è interpretata negativamente. Altrettanto è da evitare il distribuire dividendi/mance sempre crescenti negli anni migliori, perché quando ciò non fosse più possibile, la diminuzione verrebbe interpretata in negativo. È più utile costituire riserve negli anni migliori, da cui prelevare per mantenere il pagamento anche negli esercizi con risultati meno brillanti. I comportamenti dei soci possono essere approfonditi distinguendo gli investitori istituzionali da quelli individuali. Per i primi il pagamento dei dividendi è di fatto il core business, ma è opportuno distinguere gli investitori di asset management e quelli con portafoglio strategico (come le fondazioni e le holding) che non possono modificare la allocation soltanto nella logica del rendimento. Nel caso degli investitori individuali, questa seconda categoria (i cassettisti) è proporzionalmente calante rispetto alla categoria dei risparmiatori gestiti. Per paradosso invece, i soci “forti” delle banche e di molte società quotate hanno peso crescente e governano la domanda di dividendi con enfasi particolare nelle governance dualistiche laddove come Consiglio di Sorveglianza (CdS) si impongono con maggiore frequenza verso i Consigli di Gestione (CdG). È un sentiero pericoloso che ripropone orizzonti ed obiettivi di breve periodo nelle gestioni bancarie finalizzati al mantenimento dei rapporti fra soci e management. Siamo sempre nel campo della gestione degli interessi delle parti, ma in questo caso non abbiamo conflitti quanto confluenza tra amministratori e soci verso risultati ottimali nel corto termine con danno non sempre percepito per i secondi nel lungo termine. Il dividendo è un costo per chi lo eroga ed ha impatto fiscale doppio perchè non deducibile. La soluzione tecnica preferibile e più neutrale (per quanto non fornitrice di nuovi flussi all’emittente) è certamente quella degli aumenti gratuiti (cioè della distribuzione ex-post in capitale degli utili non distribuiti). La vendita di azioni sul mercato, una volta conseguita la crescita del valore, invece non è conforme ai target dei soci stabili che privilegiano il mantenimento delle quote di capitale ai fini dell’esercizio del loro potere. Ulteriore evento oggi frequente è quello di distribuire dividendi in congiunzione con richieste di aumenti di capitale, con un effetto totale a somma zero, oppure almeno ridotto. Nel caso risulta ridotta la crescita effettiva del Valore Aggiunto Economico (EVA) dell’investimento. In altri casi ancora si realizza un drenaggio che depaupera il patrimonio della società cosi “prosciugata”.

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