Mifid 2, Bafunno: “Perché è un passo indietro”

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Già a.d. di Xelion, oggi consulente aziendale, Vincenzo Bafunno è uno dei massimi esperti in Italia di consulenza finanziaria. E dice la sua sulla seconda versione della direttiva europea sui servizi d’investimento in una intervista contro corrente.

Marco Muffato di Marco Muffato3 gennaio 2018 | 08:32

Cosa cambia con l’avvento della direttiva Mifid 2, in vigore da oggi? Per fornire una bussola ai lettori proponiamo di seguito gli articoli più seguiti sull’argomento, pubblicati dal nostro sito.

Davvero la Mifid 2 è quella panacea, quella rivoluzione positiva descritta nei commenti della stragrande maggioranza degli addetti ai lavori? C’è chi nella seconda versione della direttiva europea sui servizi d’investimento vede invece un pericoloso passo indietro per tutto il movimento della consulenza finanziaria italiana e per gli investitori.  Il bastian contrario nella circostanza è un manager che ha fatto la storia della advice finanziaria in Italia: Vincenzo Bafunno (nella foto), che in tanti ricorderanno come amministratore delegato di Xelion (oggi FinecoBank) dal 2004 al 2007, che sotto la sua gestione realizzò per prima in Italia l’innovazione del contratto di consulenza finanziaria separato dal collocamento. Bafunno oggi fa il consulente aziendale ed è un osservatore attento di quanto avviene sul mercato nel settore finanziario. La sua intervista è lunga ma merita di essere letta fino alla fine per l’originalità di visione sul tema caldissimo della Mifid 2.

Bafunno, la Mifid II rappresenta davvero un significativo passo in avanti rispetto alla Mifid I, attuata nel 2006?

È una affermazione nella sostanza infondata: si poteva e si doveva fa di più. Passi in avanti ci sono è vero ma parziali per quanto riguarda l’aumento della trasparenza e della necessità di formazione. In negativo invece si constata un aumento pletorico della complessità – e quindi dei costi gestionali che ricadranno fatalmente sui risparmiatori – e una sostanziale retromarcia verso l’apertura delle piattaforme e la riduzione dei conflitti di interessi. La Mifid I, incompleta e parziale quanto si vuole è stato un primo pioneristico salto in avanti verso modelli più evoluti di consulenza. Aveva indicato un percorso di crescita e tutela reale. Forse la crisi profonda del 2008 così lunga e perdurante ha imposto un’ennesima mossa gattopardesca a tutela delle strutture industriali esistenti. O forse è solo mancanza di lucidità e coraggio. Anche i pochi che avevano intrapreso un percorso di acculturazione di reti e clienti ora perderanno l’incentivo a proseguire.

Eppure la Mifid II dovrebbe portare con sé, tra le novità annunciate, la consulenza offerta in modalità indipendente da parte di tutti gli operatori, reti comprese…

Nei fatti, non sarà così. Le banche o le reti che volessero offrire, oltre ai servizi  tradizionali, anche un servizio di consulenza indipendente dovrebbero erogarlo tramite l’organizzazione commerciale già esistente di consulenti o gestori di clientela. Con la Mifid II, l’interpretazione prevalente è restrittiva. La necessità di un’organizzazione separata e dedicata diventa infatti rigidamente prescrittiva: l’erogazione di un servizio dedicato di consulenza indipendente presupporrebbe una separatezza totale in ogni fase, dal concepimento all’erogazione del servizio stesso. Tale interpretazione imporrebbe quindi non solo un probabile abbattimento di ricavi, grazie alla riduzione dei conflitti di interesse, ma un sicuro incremento di costi organizzativi ed operativi: si creano seri presupposti affinché l’erogazione di un servizio di consulenza indipendente in aggiunta a quelli “tradizionali” risulti antieconomica e quindi praticamente assente nell’offerta degli intermediari finanziari attuali, con grave pregiudizio per il mercato nel suo complesso. La ‘separatezza’ è in lampante contrasto con la possibilità reale e concreta che clienti diversi di uno stesso intermediario e di un suo consulente – se correttamente e adeguatamente informati – possano autonomamente decidere di aderire a servizi di investimento diversi – dal collocamento, alla gestione, alla consulenza indipendente, appunto -.

Saranno contenti allora i consulenti fee only, ora consulenti autonomi, perché quel mercato rimarrà esclusivamente nelle loro mani…

Sbaglierebbero a essere contenti: la innaturale separazione organizzativa di modalità di erogazione dei servizi di investimento è stata salutata con favore anche da alcuni esponenti degli ormai ex-consulenti indipendenti nella speranza che la distinzione netta contribuisca a rafforzare la percezione del loro futuro ruolo. Non hanno invece compreso che con l’attuale impostazione l’attività di consulenza indipendente sarà solo aggiuntiva e quindi appunto ulteriormente onerosa per il risparmiatore – non potendo dar luogo al ristorno immediato e diretto delle retrocessioni – rispetto ai servizi tradizionali. Aggiungo che come in ogni settore industriale in fase iniziale di sviluppo, l’ampliamento delle possibilità di offerta favorisce lo sviluppo della domanda. La possibilità invece di poter erogare il servizio di consulenza indipendente in sequenziale contiguità, seppur in netta separazione contrattuale, con quello di collocamento nell’ambito dell’attività di uno stesso intermediario renderebbe invece immediatamente attuabile e concreto il ribaltamento a vantaggio dei clienti finali di qualsiasi retrocessione percepita dai produttori – si pensi all’utilizzo di portafogli di fondi comuni in classi retail – a fronte del percepimento di commissioni fee-only.

Meglio la RDR allora?

Dal punto di vista dei risparmiatori italiani ed europei la scelta più razionale e protettiva sarebbe stata una Direttiva che ricalcasse la RDR inglese sia pur con tutte le gradualità necessarie per consentire al sistema di adeguarsi ma anche di rinnovarsi profondamente.  La RDR infatti con la sostanziale eliminazione di rapporti economici negoziali tra produttori e distributori e con l’introduzione delle due nozioni di consulenza ‘Indipendent’ e ‘Restricted’ ha eliminato la principale fonte di potenziali conflitti di interesse a danno dei risparmiatori: prova ne è la significativa diminuzione delle commissioni pagate da quando è stata introdotta. Ora, in mancanza di una scelta drastica e definitiva del tipo RDR, si dovrebbe invece: consentire alle stesse organizzazioni di vendita la possibilità di fornire – a fronte di adeguato presidio organizzativo di direzione, di adeguata formazione delle reti e di chiara identificazione contrattuale – in modo libero servizi di consulenza finanziaria accanto a quelli tradizionali – di collocamento o gestione patrimoniale – o almeno, ‘imporre’ il collocamento solo di classi istituzionali – notevolmente meno onerose – per i fondi o gli strumenti finanziari collocati a fronte e nell’ambito di contratti di consulenza indipendente anche se sottoscritti con altri intermediari.

Non trova che il concetto di target market leghi troppo le mani ai consulenti finanziari in sede di pianificazione degli investimenti? Non c’è il rischio di un ritorno al passato?

 Il concetto di target market e di allineamento tra produttore e distributore così come appare nella Mifid II è palesemente inadeguato e controproducente rispetto all’obiettivo della tutela del risparmiatore oltre che essere finanziariamente scorretto. L’effetto netto sarà o quello di generare un appiattimento desolante delle politiche di marketing di produttori e distributori che alla fine dovranno definire i segmenti di mercato nella stessa maniera o più subdolamente di iniettare complessità gestionale che comporti la non-convenienza delle piattaforme aperte, con effettiva riduzione delle capacità e della libertà di scelta dei risparmiatori.

Dunque il povero risparmiatore alla fine sarà meno tutelato?

Nonostante vada riconosciuto alla Direttiva il merito di spingere verso la convergenza sistemi nazionali a oggi ancora molto disomogenei – soprattutto a causa di sistemi fiscali diversi, che tali rimarranno -, difficilmente la realizzazione del conclamato  obiettivo di maggior trasparenza potrà̀ concretamente favorire una maggior  protezione degli investitori. Anzi, l’introduzione di nuove e più̀ complesse norme, generando significativi costi e difficoltà di compliance, vanificherà in buona sostanza gli obiettivi impliciti della tutela dell’investitore e della riduzione dei conflitti di interesse che da sempre pervadono il settore.

 


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