Serra (Algebris): finanziamenti alle aziende? Italia 10 anni indietro rispetto agli Usa

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Davide Serra, founding partner e ceo di Algebris Investments, è intervenuto al seminario Axa-Bocconi intitolato “Empowering Young People, driving change: la sfida dell’innovazione sociale per la finanza”.

di Elisa Zeri21 maggio 2015 | 07:31

PARLA DAVIDE SERRA – “I burocrati di Solvency II impongono ai gruppi finanziari che il 50% dei soldi vadano in titoli di Stato (che rendono zero) e solo il 5% in equity. Di questo 5%, lo 0,002% va alle aziende. In altre parole, parlare di finanziare le start up è una fuffa all’italiana. L’Italia parte con dieci anni di gap sugli Stati Uniti come vantaggio competitivo. Là il 7% del capitale va in pmi, in Europa lo 0,3%”. Così Davide Serra (nella foto), founding partner e ceo di Algebris Investments, incontrato durante il seminario Axa-Bocconi sui rischi che si è tenuta a Milano presso l’Università Bocconi dal titolo ‘Empowering Young People, driving change: la sfida dell’innovazione sociale per la finanza’. Il manager, che finanzia aziende, ha continuato: “l’Italia ha la quota di risparmio gestito, come percentuale sul Pil, più alta al mondo ma il 70% è bancario e il 30% è canale assicurativo pensionistico. E il canale bancario può investire solo in cosa è liquido e quotato. Se guardo al bilancio assicurativo, meno del 4% è investito in azioni. Di questo 4%, la percentuale in aziende non quotate è meno dell’1%. Intanto, il 70% dei posti di lavoro è nelle pmi che non hanno accesso al capitale di rischio. Le banche offrono denaro solo se c’è del capitale di rischio a protezione. Dunque bisognerebbe che le banche dessero capitale ai giovani. Se non diamo equity all’imprenditore e ai giovani non avremo mai crescita”.

DIGITALIZZAZIONE – Continua: “con la digitalizzazione, c’è un cambio di paradigma industriale. Attraverso la tecnologia, il cervello conta più del capitale. Un esempio? Sei ingegneri hanno creato aziende da 60 miliardi di dollari, come Whatsapp. Mai nella storia il cervello può rendere così tanto, questo è cruciale per l’Italia. L’imprenditoria è nel dna degli italiani, per quanto la burocrazia statale stia facendo di tutto per distruggerla. Abbiamo appena aperto un ufficio a Milano, a Londra costa tutto molto di più ad eccezione del deal degli avvocati, che in Italia è più del doppio”. Serra ha poi fatto sapere che sta procedendo il progetto di costituire un fondo per le pmi. L’obiettivo non sono le start up quanto le realtà con ricavi che vanno dai 20 ai 200 milioni di euro.

DE COURTOIS -  “Per noi quello dei giovani è un argomento importante ma noi parliamo anche da investitori. Un dato importante è che in Francia il tasso di creazione di imprese non è mai stato così alto nella storia”, spiega Frédéric de Courtois, a.d. di Axa Italia e presente alla tavola rotonda del convegno. “Questo è un fatto nuovo e vuol dire qualcosa. È un segnale di fiducia e della volontà di prendere rischi. Noi possiamo avere un ruolo per supportarli”. Un nodo che è emerso, anche dalle parole di de Courtois, sono i vincoli imposti da normative come Solvency II in materia di assicurazione. Afferma il manager: “le regole non sono compatibili con la realtà e c’è una totale mancanza di coordinamento politico. Noi, personalmente, non abbiamo l’expertise per investire nelle giovani start up e ci riesce più facile investire sul livello intermedio. Abbiamo creato Axa Venture con 2000 mln euro di capitale per finanziare start up, è una grande sfida perché non è il nostro mestiere ma abbiamo fame di questi investimenti e ci proviamo in vari modi. Vediamo se questo è quello giusto. È diverso dal concetto di un fondo di private equity, ci vogliamo portare a bordo giovani ragazzi, non abbiamo solo obiettivo di avere un ritorno in equity del 15% ma nuove risorse e nuove idee in Axa”. Aggiunge Leonardo Rubattu, direttore generale Iccrea Banca che “il tema delle iniziative è cruciale ma ci vorrebbero strutture giuridiche più flessibili. Le banche in Italia, nella maggioranza dei casi, non sono strutturate per finanziare le start up e le imprese giovanili. Non bisognerebbe fermarsi mai al solo valore economico”. E spezza una lancia a favore delle banche di credito cooperativo che lo scorso anno hanno finanziato 2500 aziende.

CONSIGLI AI GIOVANI – Cosa suggerisce Serra ai giovani? “Impara bene l’inglese e un’altra lingua, laureati in 4 anni con 110 e lode, vai agli incontri con le grandi aziende che la Bocconi organizza. Mi è stato detto da un grande finanziere: per dieci anni impara, sbaglia, prenditi grandi sberle e se sei pronto prova a fare l’imprenditore. Io a 36 anni ho fatto così e il giorno che ho compiuto gli anni l’ho lanciata (il riferimento va a Algebris Investments, ndr). Oggi stiamo crescendo tantissimo”, afferma. Algebris offre quattro stage all’anno a 1000-1500 euro al mese. “Io ho assunto tre bocconiani negli ultimi 12 mesi e due hanno ricevuto l’offerta da noi 9 mesi prima di fare la tesi. Il mondo dell’università e dell’industria dovrebbero interagire di più”. E conclude: “Quando partite cercate di arrivare a break even nei 12 mesi e fate un aumento di capitale e poi essere autonomi. Meglio aspettare a fare un’azienda quando si hanno le competenze”. Gli fa eco il manager di Axa: “bisogna prima studiare e poi fare. Oggi abbiamo bisogno di talenti nel mondo della previdenza e della sanità integrativa che i giovani conoscono poco. Ma questo è il mercato che conta oggi e ci sono soldi per chi ha idee e progetti”.

LE BANCHE ITALIANE
– Mentre sul fronte delle banche italiane, alla domanda se queste siano care e rischiose, da un punto di vista dell’investimento, Serra fa sapere: “dipende da quali. Noi siamo investiti in Italia con posizioni long e short, alcune sono attraenti, altre care. La vera differenza la farà la qualità dell’attivo. Io consiglio di investire sulle banche con il più basso livello di sofferenza e che hanno un patrimonio netto più realistico possibile”. Algebris Investments è investito in alcune banche italiane ma non è interessato a rilevare l’inoptato relativo agli imminenti aumenti di capitale di Monte dei Paschi e di Carige. Serra ha anche detto di essere contrario all’introduzione del voto maggiorato, che assegna più diritti di voto a una singola azione, ipotesi caldeggiata dagli azionisti principali di Generali. “Nelle aziende in cui sono investito spero non venga introdotto”, ha concluso Serra.

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