I PIR senza Fintech? Ecco perché sono monchi

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di Redazione28 aprile 2017 | 09:41

A Cura di Antonio Lafiosca, Socio e Chief Operating Officer di BorsadelCredito.it

In Regno Unito si chiamano Isa, che sta per Individual Savings Account e corrispondono ai nostri PIR. Sono, cioè, strumenti di investimento che puntano sull’economia reale e per incentivarla offrono a chi li acquista l’esenzione fiscale. Ma, come spesso accade, al prodotto italiano manca il quid che lo rende davvero innovativo: non può infatti investire in finanza alternativa, cioè Fintech, a differenza dello strumento britannico.

Ne ha parlato di recente al Salone di risparmio che si è svolto a Milano Keith Lawson, deputy general counsel Tax Law di Ici Global, l’associazione globale dei fondi comuni, Etf, fondi chiusi e trust. Lawson, che ha presentato le diverse forme di piano individuale di risparmio che sono attive nel mondo dal Giappone agli Usa, ha definito gli Isas britannici pionieristici, in quanto lanciati nel 1999. E, aggiungiamo noi, pionieristici anche perché possono essere composti da cassa, azioni e titoli di debito e Fintech. Negli IFISA il marketplace lending entra a pieno titolo: una giusta decisione, se l’obiettivo è davvero investire sulle piccole imprese e farle crescere.

Esattamente un anno fa, sempre nel Regno Unito, è stato lanciato l’IFISA (Innovative Finance Savings Account), un’evoluzione dell’Isa, che prevede l’esenzione fiscale su investimenti fino a 20mila euro. L’investitore può trasferire nell’IFISA – ovvero, di fatto, in P2P lending – la quantità di denaro che desidera prelevandola dal tradizionale Isa, senza pagare commissioni extra. Investire in IFISA è lo stesso che andare direttamente sul P2P lending, dal punto di vista delle fee. Ma offre il grande vantaggio di essere tax free.

Anche i PIR, ne abbiamo parlato diffusamente (vedi qui), offrono un’esenzione fiscale totale, su 30mila euro annui per cinque anni. Peccato che, nella normativa italiana, l’unica previsione in merito al portafoglio PIR compliant è che sia composto in titoli quotati o non, azioni o obbligazioni, di società quotate o non con stabile organizzazione italiana, per una fetta di almeno il 70%. Di questo 70%, il 30% deve essere formato da aziende fuori dal Ftse/Mib, il listino delle blue chip. Quindi, in teoria, tutta l’economia reale delle pmi italiane, che più di 4 milioni e ammontano a oltre il 95% del nostro tessuto industriale. In pratica, non solo noi, abbiamo sollevato più di un dubbio sul fatto che, per una questione di onerosità della ricerca, le case di affari difficilmente andranno persino sulle quotate di Aim, il listino alternativo delle piccolissime imprese. Forse pescheranno dallo Star, l’indice delle eccellenze che hanno dimensioni più adatte all’analisi. In ogni caso, è molto probabile che i PIR, per quanto argomentato, si limiteranno a investire solo su una piccolissima parte dell’economia reale, quella delle quotate, in un mercato rarefatto, come quello italiano il cui listino generale accoglie appena 380 società.

Piazza Affari capitalizza l’1% sul mondo, una briciola e, secondo Kpmg, vale il 35% del Pil italiano, contro il 51% della Germania, il 66% della Spagna e l’86% della Francia. Cioè non rappresenta il tessuto economico sottostante da nessun punto di vista: né da quello dei volumi, né da quello settoriale, con le banche che occupano il 30% del Ftse/Mib.

Sul funzionamento dei PIR, inoltre, molte questioni sono ancora aperte. E anche di queste si è parlato diffusamente al recente Salone del risparmio, durante il quale Ilario Scafati, dirigente ufficio V – fiscalità finanziaria del Dipartimento delle finanze del Ministero dell’economia e delle finanze, ha cercato di chiarire il quadro.

Due questioni ci stanno particolarmente a cuore: che succede ad esempio se l’azienda in cui avevo investito viene a un certo punto quotata su Fase/Mib? O se la stabile organizzazione in Italia viene meno perché la multinazionale la chiude? “Si tratta di requisiti istantanei e non permanenti – ha detto Scafati – ovvero l’investitore deve verificare nel momento dell’investimento che la società abbia stabile organizzazione in Italia o sia nel Ftse/Mib, quello che accade dopo è irrilevante.” Ovvero, se nel corso dei cinque anni in cui l’investitore deve detenere il PIR, cambia la stabile organizzazione delle società in cui il PIR è investito, tutto resta com’è anche se di fatto lo strumento non contribuisce più all’economia reale.

Inoltre, il limite quantitativo dei 150mila euro, su cui si riceve l’esenzione fiscale, è un plafond. “Non è un limite collegato con la vita dell’investitore – ha spiegato ancora Scafati – posso aprire un piano, utilizzare tutti i 150mila euro a mia disposizione per quel piano e poi aprirne un altro e riparto da 150mila euro a prescindere da quello che ho fatto prima.” Insomma, senza Fintech, i PIR italiani non centreranno il bersaglio per cui sono stati creati o, peggio ancora, resteranno il solito salvagente per le foche.

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