Risparmio gestito – Est Europa, la convergenza resta intatta

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Commento di Angelika Millendorfer (responsabile dell’azionario mercati emergenti di Raiffeisen Capital Management) sulla situazione attuale dell’est Europa e sulle prospettive nel medio-lungo termine. Ecco la prima parte.

Matteo Chiamenti di Matteo Chiamenti29 maggio 2009 | 10:00

L’Europa Orientale resta un’area di interesse chiave per gli investitori e i media. La rapida discesa delle performance economiche dell’intera regione, le svalutazioni delle monete locali rispetto a euro e dollaro Usa, i downgrade emessi dalle agenzie di rating e i timori relativi alla situazione finanziaria nei paesi dell’Est Europa hanno contribuito a generare un’elevata volatilità e una crescente incertezza.

Alcuni economisti erano quasi arrivati a predire l’imminente crollo finanziario della regione, che avrebbe potuto trascinare con sé l’intero sistema bancario europeo. Ma esattamente qual è oggi la situazione per gli investitori azionari e obbligazionari? E’ cambiata? E quali sono le prospettive nel lungo termine? “Nonostante i problemi e i rischi esistenti, credo sia altamente improbabile che si realizzino scenari tanto catastrofici. I fatti non supportano previsioni di tale natura”, ha spiegato Angelika Millendorfer, head of Emerging Markets Equities di Raiffeisen Capital Management.

L’Ucraina continua a trovarsi al centro della tempesta. La moneta Ucraina è quella che ha sofferto di più e il paese stesso sembra il più vulnerabile sia a livello politico sia economico. “A nostro avviso, tuttavia, la probabilità che altre nazioni dell’area, in particolare la ‘CEE 3’ (Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca), subiscano lo stesso destino è davvero remota. Non solo grazie all’integrazione di questi paesi nell’UE, ma anche grazie alle situazioni politiche ed economiche interne, che sono decisamente migliori rispetto a quelle ucraine”, ha notato Millendorfer. Il fatto che l’UE non intenda passare un pacchetto generale di misure per l’Europa dell’Est, ma preferisca invece agire caso per caso in collaborazione con l’FMI e la Banca Mondiale non va interpretata come la volontà di non aiutare i paesi in questione in caso dovessero attraversare una crisi severa.

Da non sottovalutare è l’incremento dei fondi a disposizione del fondo monetario, che ora è in grado muoversi velocemente e con decisione nel caso la crisi dell’Europa orientale dovesse peggiorare. Al di là di questo, molti dei governi locali hanno gli strumenti per combattere la crisi, a prescindere dai pacchetti di stimoli internazionali. L’intervento verbale delle banche centrali nazionali è stato efficace, per esempio, nello stabilizzare le valute. Ciononostante è possibile che queste monete, che si sono rivalutate, tornino a trovarsi sotto pressione. Non va inoltre sottovalutato l’impatto che il brusco deprezzamento delle valute e la recessione economica avranno sui bilanci commerciali di molte nazioni: da un lato aumenteranno le esportazioni perché più convenienti, dall’altro diminuiranno le importazioni perché più costose. Quei paesi che, invece, hanno agganciato la propria valuta all’euro (ad esempio i paesi baltici e la Bulgaria), non potranno avvalersi di questo meccanismo tampone e soffriranno di più nei mesi a venire.


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