Gam: corporate bond Emergenti, Trump è un rischio a metà

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Il maggior valore all’interno del debito emergente si trovi in America Latina, soprattutto in Brasile, Messico ed Argentina, spiega Dorthe Nielsen.

Chiara Merico di Chiara Merico20 marzo 2017 | 11:53

PUNTARE SULL’AMERICA LATINA – Riteniamo che il maggior valore all’interno del debito emergente si trovi in America Latina, soprattutto in Brasile, Messico ed Argentina, spiega Dorthe Nielsen, gestore obbligazionario societario Mercati Emergenti di GAM. Abbiamo una discreta esposizione anche nei confronti dell’Europa dell’Est, combinata con una carenza di fiducia nei confronti di Medio Oriente ed Asia. I dati tecnici sul mercato russo sono molto solidi, con le società che stanno anche vantando bilanci solidissimi dato che affrontano i costi in rubli ma ricevono dollari dalle loro esportazioni. Stiamo anche guardando ad alcune società turche, nonostante la debolezza del mercato sul fronte governativo. Guardando agli spread sulla base dei rating, le obbligazioni con rating B e BBB sono a livelli di compressione dello spread così bassi da ricordare i livelli post Lehman, mentre quelle con rating BB hanno ancora spazio per un’ulteriore riduzione (di circa 100 punti base). Dal nostro punto di vista preferiamo in questo momento il segmento delle obbligazioni con rating doppia e tripla B; inoltre, per quanto riguarda i fondamentali, le società che abbiamo in portafoglio tra quelle operative sui Mercati Emergenti hanno livelli di leva operativa sostanzialmente inferiore rispetto ai loro omologhi statunitensi dato che siamo ad un gradino più basso nella scala dei rating.

 

RISCHI E OPPORTUNITA’ – I principali rischi per l’asset class comprendono ad oggi il possibile rialzo dei tassi di interesse, il rafforzamento del dollaro e fattori geopolitici. L’outlook globale macroeconomico merita di essere monitorato, ma, al momento, non vi sono criticità specifiche. La preoccupazione maggiore per le società è l’aspetto valutario, soprattutto per quanto riguarda la lira turca e il peso messicano. Circa il 50% del mercato turco è composto dalle banche, ma si tratta di istituti di credito ben capitalizzati e che non si trovano a dover fronteggiare nel breve periodo minacce sul fronte valutario. Tra i titoli non finanziari, molte società registrano alti livelli di cassa o una leva finanziaria molto bassa. In Messico le società sono più facilmente valutabili caso per caso, sulla base del loro posizionamento nei confronti del dollaro. Per quanto riguarda il rialzo dei tassi, se il rialzo farà seguito a un solido cammino di crescita (soprattutto se avverrà in maniera stabile), allora non vi saranno minacce per il debito corporate emergente – sulla base dell’ultimo ciclo di rialzo tra il 2004 e il 2006, quando assistemmo ad un restringimento degli spread per l’asset class di circa 100 punti base. Non dovrebbe sorprendere che il principale rischio geopolitico dipenda dal presidente Trump. Nonostante le prime pagine di molti giornali, il livello di impatto su ogni singola società è molto variabile. Ad esempio, Cemex è uno dei principali produttori di cemento su scala globale basato in Messico. Le sue esportazioni verso gli Stati Uniti rappresentano meno dell’1% dei ricavi e, di conseguenza, un aggiustamento dei dazi doganali dovrebbe generare un impatto molto limitato. La società esporta verso gli Usa anche dalle proprie attività in Europa dato che quello americano è un mercato che si trova già in condizioni di deficit e i progetti di Trump in tema di infrastrutture porteranno solo ad un incremento della domanda per materiali edili. Fino ad oggi non vi è stato alcun accenno di modifiche dei dazi doganali tra Europa e Stati Uniti. Quindi il principale rischio Trump per la società è valutario, nel caso in cui una modifica nelle politiche dei dazi doganali portasse ad un ulteriore indebolimento della valuta messicana, conclude Nielsen.

 

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