Consultinvest: Def 2017, più ombre che luci

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Secondo Consultinvest il documento risente ancora troppo dell’incertezza politica e anche se prova a delineare un percorso di finanza pubblica più trasparente e di contenimento, lo deve verosimilmente solo alle pressioni europee.

Chiara Merico di Chiara Merico19 aprile 2017 | 08:37

DEF FIGLIO DELL’INCERTEZZA – Il documento di recente pubblicazione risente ancora troppo dell’incertezza politica e anche se metodologicamente prova a delineare un percorso di finanza pubblica più trasparente e di contenimento, lo deve verosimilmente solo alle pressioni europee che provano a contenere tradizionali e pericolose spinte politiche interne, spiega una nota di Consultinvest. Le luci sono soprattutto di carattere metodologico. Consistono nel fatto che per la prima volta i due documenti programmatici di politica economica del governo – il Def (storico documento primaverile con le prime proiezioni economiche) e la nota di aggiornamento al Def (storico documento autunnale con le proiezioni di finanza pubblica) – sono stati unificati e anticipati ad aprile. Ma anche in proiezioni governative sulla crescita economica che finalmente sono cautamente ragionevoli e allineate al consenso: quindi sono in linea di principio potenzialmente migliorabili, con indubbi benefici futuri. Ma non crediamo siano “luci” importanti e nate da convinzioni politiche interne. La prima “luce” crediamo sia stata fortemente voluta dalle regole UE e velocemente implementata da un Paese sotto la lente di una possibile procedura di infrazione. In linea di principio consente una migliore programmazione di politica economica e maggiore discussione programmatica e quindi consente di poter lavorare meglio sulle future manovre di finanza pubblica. La seconda “luce” è una buona norma prudenziale visto che negli ultimi anni le previsioni di crescita sono sempre state necessariamente riviste al ribasso. Di qui ipotizzare, come fatto dal governo, un Pil reale che cresce intorno all’1% per i prossimi quattro anni ci pare un target non impossibile da centrare, forse e diciamo forse neppure per l’Italia.

LE OMBRE – Le “ombre” però non mancano, purtroppo. La principale è che l’intero documento non crea visibilità oltre il 2017, nonostante debba avere come obiettivi quelli di delineare gli scenari economici e la direzione della finanza pubblica a medio periodo (fino al 2020). Questo Def 2017 pare solo voler prendere tempo. Infatti si “macchia” del non aver voluto rimuovere l’incertezza sui futuri aumenti dell’Iva (cd clausole di salvaguardia che dovrebbero entrare in vigore con gennaio 2018) i cui effetti sono però computati nei numeri proposti – contribuendo per un +1.1% del PIL di maggiori entrate – anche se il governo ha promesso di voler sterilizzare l’aumento senza però essere in grado di indicare come compensare questa importante mancanza di gettito. Ecco allora che questa mancanza di visibilità sembra ritagliata apposta sulla necessità di non anticipare nuove misure fiscali restrittive prima delle prossime elezioni politiche. Resterà da vedere poi se queste ultime saranno effettivamente promosse prima del 2018.

CRESCITA STAZIONARIA – Quanto ai numeri è evidente che le manovre in atto produrranno una crescita reale stazionaria – quella nominale, mediamente pari al 2.8% per il prossimo triennio, aumenterà dal 2.3% del 2017 solo per effetto della maggiore inflazione attesa – e che l’impatto della finanza pubblica dal 2018 sarà notevole. Infatti, per il 2017 il governo stima di avere sia il tasso d’espansione reale più elevato del prossimo quadriennio che un avanzo primario ancora in linea con quello degli anni precedenti. Tuttavia dal 2018 in poi l’avanzo primario (in % del Pil) aumenta in modo sensibile per quasi un 50% (2.5% vs 1.7%) per poi continuare a salire fino al record di un avanzo del 3.8% nel 2020. In modo speculare anche l’indebitamento strutturale viene compresso dal 2018, dove si riduce della metà rispetto al 2017, per poi andare anch’esso a zero in modo da assicurare un indebitamento netto che tenda al pareggio a fine periodo. Questa stretta fiscale dal 2018 è oggi in parte assicurata dalle clausole di salvaguardia (Iva) che il governo vuole sterilizzare, senza però indicare come. Vista la difficoltà politico-tecnica nel disegnare quest’ultima manovra correttiva necessaria a trovare risorse per un magro 0.2% di Pil viene da chiedersi come si potrà reperire risorse oltre cinque volte più grandi.

IN VISTA NUOVE TASSE – Considerata l’attenzione posta dalla UE sulla necessità di stabilizzazione e di riduzione del nostro debito pubblico (la procedura d’infrazione rimane sempre possibile) però questa sostituzione di un maggior gettito da Iva a qualcosa d‘altro diventerà fondamentale: infatti la dinamica del debito pubblico in un contesto di bassa crescita nominale come il nostro (ancora inferiore alla dinamica del peso della spesa per interessi) può essere sostanzialmente invertita solo un cospicuo aumento dell’avanzo primario.  Morale: come già evidente oggi con la sospensione della promessa di una riduzione delle aliquote Irpef (addolcita da una riduzione del cuneo fiscale), in assenza di entrate straordinarie dalla lotta all’evasione o di una rispolvero della cosiddetta “spending review” (per ora morente visto l’approccio dei tagli lineari proposti) la pressione fiscale difficilmente andrà a ridursi. Questa prospettiva rischia di tradurre in realtà le conservative previsioni di crescita reale del nostro governo, conclude la nota.

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