Bnp Paribas Ip: mercati in rialzo o stabili, per il momento

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Per Joost van Leenders l’allocazione degli attivi resta invariata in un contesto di mercato privo di particolari fattori di innesco.

Chiara Merico di Chiara Merico18 maggio 2017 | 08:37

FINE DELLA STABILITA’ –  I mercati azionari USA, senza un catalizzatore, non sono usciti dalla fase di sostanziale stabilità registrata a partire da fine aprile: pare che gli investitori si siano assuefatti ad un contesto politico più incerto, mentre i dati economici contrastati sono stati compensati dagli ottimi profitti registrati dalle imprese, spiega Joost van Leenders, chief economist del team Multi asset solutions di Bnp Paribas Ip. Nell’area dell’euro, gli utili societari e la situazione economica generale sono piuttosto positivi, anche se gli ultimi dati rilevati dalle indagini prospettiche paiono eccessivamente ottimisti. Dopo due settimane in forte rialzo, gli indici azionari hanno segnato il passo, ma bisogna sottolineare che i timori degli investitori per le prospettive della Cina non si sono dissolti. Inoltre, anche i rendimenti obbligazionari hanno ristagnato. In tale contesto, la distribuzione degli attivi non è stata modificata.

USA: L’INFLAZIONE RALLENTA, POSSIBILE REAZIONE DELLA FEDERAL RESERVE –  Un dato inferiore alle attese può rappresentare un episodio isolato, ma una conferma potrebbe segnare l’avvio di un trend: l’inflazione core USA è risultata fiacca sia in marzo sia in aprile e i dettagli dell’ultima rilevazione non sono stati incoraggianti. Questi mesi consecutivi di calo potrebbero far scendere il dato complessivo per il resto dell’anno, mentre l’entità della battuta d’arresto suggerisce che l’inflazione tende a decelerare. Secondo un comunicato della Federal Reserve, il rallentamento della crescita del PIL nel primo trimestre dovrebbe essere temporaneo, tuttavia le frenate consecutive dell’inflazione core potrebbero indurre la banca centrale a interrompere il graduale inasprimento monetario. Infatti, questa flessione dovrebbe ripercuotersi sulla misura dell’inflazione preferita dalla banca centrale, non consentendole di toccare l’1,8% atteso dalla Federal Reserve per fine anno, sottolinea van Leenders. La Federal Reserve prevede che l’ulteriore miglioramento dell’occupazione finirà per innescare delle pressioni salariali. Qualora ciò non dovesse verificarsi, è probabile che la banca centrale riduca ulteriormente le previsioni relative al livello di disoccupazione a cui l’inflazione riparte al rialzo oppure attribuirà la lentezza dei prezzi al consumo a fattori globali. In entrambi i casi, il ritmo di inasprimento dei tassi dovrebbe rallentare ulteriormente. Tuttavia, per il momento non abbiamo modificato la previsione di un nuovo rialzo dei tassi in giugno, corroborata anche dalle attese dei mercati al riguardo, rimaste vicino al 100%. A nostro avviso la banca centrale USA sta ancora puntando a innalzare i tassi al fine di guadagnare margini di manovra più ampi per lo strumento principale di politica monetaria, e dovrebbe essere confortata dalla ripresa delle vendite al dettaglio in aprile e dalla correzione al rialzo dei dati di febbraio e marzo.

EUROPA: PERMANE LA DISCREPANZA TRA INDICI PROSPETTICI E DATI REALI – Il calo della produzione industriale nella zona euro per il secondo mese consecutivo ha reso ancora più evidente la discrepanza tra i cosiddetti hard data (economia reale) e soft data (indici prospettici), rimarca van Leenders. In realtà, il calo della produzione industriale di marzo ha risentito delle buone condizioni meteorologiche che hanno penalizzato l’attività nel settore dell’energia. Una delle poche eccezioni positive è rappresentata dalla Francia dove, dopo una serie di dati negativi, la produzione è aumentata, mentre la flessione in Germania è arrivata dopo due mesi in rialzo. Nei Paesi Bassi e in Spagna, la crescita su base annua ha accusato un notevole calo ma, in generale, le attese dei mercati per l’espansione nella zona euro sono ancora elevate, e anche le nostre stime sono favorevoli. Temiamo tuttavia che i dati eccezionalmente favorevoli degli indicatori prospettici non si concretizzino in effetti positivi sul PIL. Nel Regno Unito, gli esperti temono un rallentamento della crescita dopo il terzo calo mensile consecutivo registrato dalla produzione industriale e manifatturiera. Pertanto la prossima pubblicazione dei dati relativi al settore dei servizi è di assoluta rilevanza. Nel migliore dei casi, pare probabile che la crescita sia destinata a rallentare ulteriormente nel secondo trimestre, con eventuali conseguenze sulla politica monetaria. Alcuni analisti hanno interpretato l’ultimo rapporto sull’inflazione della Banca d’Inghilterra in senso restrittivo: nel documento si leggeva che qualora le proiezioni principali in materia di crescita e inflazione si fossero rivelate esatte, un solo rialzo dei tassi nei prossimi tre anni non sarebbe stato sufficiente. Tuttavia, tale affermazione pare ovvia: se tutto andasse bene nei prossimi anni – cioè se i salari aumentassero notevolmente, la domanda non rallentasse e le trattative sulla Brexit consentissero un’uscita ordinata dal mercato comune – la politica monetaria sarà gradualmente inasprita. Tuttavia, al momento, il rallentamento della crescita e le forti incertezze che pesano sui negoziati per la Brexit non creano un contesto favorevole per una crescita elevata dei salari, o per un rialzo dei tassi. Inoltre, bisogna rilevare che l’unico membro dell’organismo direttivo della banca centrale che ha votato a favore di un giro di vite si dimetterà a fine giugno.

CINA: INDICAZIONI CORRETTE DAI PMI – In Cina, sembra che non ci sia alcuna discrepanza tra dati reali e quelli rilevati dalle indagini, almeno non per quanto riguarda gli indici dei responsabili degli acquisti (PMI). In aprile, tutti e quattro i PMI hanno accusato una flessione, attestandosi in media al livello più basso degli ultimi sette mesi. Pertanto, a nostro avviso la crescita del PIL ha ormai toccato il punto di svolta in un contesto caratterizzato da un inasprimento monetario. I mercati ne hanno preso atto: i rendimenti obbligazionari decennali sono scesi al di sotto dei rendimenti quinquennali per la prima volta e le azioni cinesi hanno perso il 6% rispetto al picco di aprile. Tendiamo ad escludere che vi possa essere un crollo dell’attività economica in tempi brevi, tuttavia il rallentamento incide sulle nostre valutazioni sull’economia globale e sui mercati emergenti in particolare. Tali valutazioni ci dissuadono dal passare in posizione sovrappesata negli indici azionari dei paesi emergenti, mentre siamo più propensi a cercare degli strumenti atti a coprire l’esposizione verso questi mercati, fa sapere van Leenders.

ALLOCAZIONE DEGLI ATTIVI: MANCA UN CATALIZZATORE SUI MERCATI – Pare che i mercati non abbiano individuato una scintilla in grado di innescare delle fluttuazioni. I risultati reddituali pubblicati dalle imprese sono in gran parte già stati scontati nelle quotazioni e in particolare negli USA i mercati azionari hanno ignorato il rallentamento della dinamica dei profitti. In Europa, il rialzo potrebbe proseguire grazie al rafforzamento degli utili, al ciclo economico positivo e alla politica monetaria favorevole. I nostri esperti nutrono qualche timore in più per la tenuta dell’economia britannica, mentre le stime prevalenti relative agli utili paiono troppo elevate. Pertanto preferiamo mantenere un atteggiamento prudente sulle azioni dei paesi avanzati privilegiando in ogni caso l’area dell’euro, spiega van Leenders. Le fluttuazioni dei prezzi dei beni energetici continuano a incidere sulle tendenze di breve periodo. Il petrolio ha registrato un rincaro negli ultimi giorni, dopo un calo delle scorte USA più consistente del solito per questo periodo dell’anno, mentre l’OPEC pare intenzionata a prorogare gli attuali limiti di produzione. Comunque, persino sfiorando i 52 dollari al barile, il petrolio è tornato nella fascia di prezzo registrata alla fine dell’anno passato. Anche se siamo più ottimisti per il prezzo del greggio nel lungo periodo, al momento il carry negativo ci sta impedendo di passare in posizione sovrappesata. I mercati obbligazionari sono rimasti sostanzialmente fermi. In particolare i rendimenti USA quest’anno hanno oscillato in una fascia ristretta, mentre quelli dei titoli tedeschi sono stati relativamente più volatili ma senza seguire un trend definito. In una prospettiva di più lungo termine, privilegiamo i titoli con una duration breve, poiché la crescita sta gradualmente assorbendo i margini di debolezza delle economie sviluppate. In Europa, all’aumento del rendimento dei Bund da metà aprile è corrisposto un brusco calo degli spread sui titoli societari, investment-grade e high-yield, ma solo nell’ultimo comparto citato questo ha provocato un calo dei rendimenti, che invece sono rimasti abbastanza stabili per i titoli societari statunitensi. In generale, le obbligazioni societarie devono far fronte a rischi d’insolvenza quando la crescita frena e a rischi di rialzo dei tassi quando l’economia accelera. Pertanto, al momento, il rapporto tra rendimento e rischio non pare favorevole. Tuttavia, in assenza di un catalizzatore, preferiamo non passare in sottopeso in questa tipologia di attivo per beneficiare del carry e deteniamo una posizione sottopesata solo nel segmento high-yield USA a causa del peggioramento dei fondamentali societari, che a nostro avviso non è stato correttamente riflesso da rendimenti. Infine, deteniamo una posizione sovrappesata nel comparto immobiliare europeo rispetto ai Bund della Germania. Questa posizione, finalizzata a coprire parzialmente i rischi legati alla distribuzione prudente degli investimenti, sinora ha offerto un rendimento positivo. Stiamo valutando attentamente la possibilità di realizzare i profitti maturati, ma per il momento il mercato non offre un’alternativa valida a questa posizione, conclude van Leenders.

 

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