Consultinvest: gli indici dei mercati finanziari/2

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Il primo aspetto che viene disciplinato è quanti e quali titoli sono compresi nell’indice.

di Redazione22 maggio 2017 | 08:02

IL PRIMO ASPETTO – Un primo aspetto che viene disciplinato è quanti e quali titoli sono compresi nell’indice, spiega una nota di Consultinvest. Ad esempio si può stabilire che siano inclusi titoli sufficienti a rappresentare almeno il 70% della capitalizzazione di un mercato e che ci sia una capitalizzazione minima di un titolo per essere presente nell’indice. Inoltre alcune famiglie di indici prevedono dei criteri per evitare che alcuni mercati abbiano una esposizione settoriale molto marcata, in caso un mercato sia caratterizzato dalla presenza di molte aziende dello stesso settore. Anche in questo caso il Dow Jones Industrial fa eccezione perché i trenta titoli compresi nell’indice non rispondono a nessuno criterio quantitativo, ma semplicemente devono “far parte dell’indice S&P500, avere una reputazione eccellente, essere in crescita e essere di interesse per un gran numero di investitori” (dalle regole di costruzione dell’indice). Gli inserimenti/esclusioni sono quindi piuttosto rari e imprevedibili. Nel 2013 sono entrate Visa, Goldman Sachs e Nike al posto di Alcoa, Bank of America e Hewlett Packard, mentre nel 2015 è entrata Apple al posto di AT&T che era presente nell’indice dal 1916.

ALTRE CARATTERISTICHE -Un’altra caratteristica importante è la capitalizzazione da usare per assegnare il peso del titolo nell’indice. Normalmente viene utilizzato il flottante, al netto di partecipazioni strategiche da parte di investitori o di stati, con l’obiettivo di rappresentare l’effettivo valore di mercato della azienda. Inoltre spesso vengono inclusi anche criteri di liquidità delle negoziazioni, altrimenti rischiano di essere inclusi dei titoli che formalmente sono quotati, ma che effettivamente non hanno scambi di borsa sufficienti a renderli investibili e rappresentativi di quel mercato.Altro aspetto disciplinato è la gestione di tutti gli eventi societari che possono avere un impatto sulla capitalizzazione di una società, quali fusioni, spin-off, aumenti di capitale, raggruppamenti azionari, uscita dal listino, sottoposizione a procedure fallimentari ecc.Ogni famiglia di indici stabilisce poi con quale periodicità (ad es. trimestrale) viene riapplicato il criterio di selezione dei titoli e calcolata la capitalizzazione per determinare inclusioni/esclusioni nell’indice e l’aggiornamento dei pesi di ogni costituente. Solitamente vengono posti anche dei limiti al numero di variazioni dei costituenti, in modo da evitare rotazioni troppo elevate.Questa regola, in apparenza puramente destinata ai tecnici, è diventata estremamente importante per la quantità sempre maggiore di strumenti finanziari, quali ad esempio ETF o derivati, che sono basati su un determinato indice. I titoli che escono da un indice tendono  a sottoperformare il mercato perché sono venduti da tutti gli strumenti finanziari legati a quell’indice e viceversa per i titoli che entrano a far parte dell’indice. Ci sono anche note strategie di arbitraggio seguite da fondi attivi o da hedge fund che tendono a sfruttare questo fenomeno e che nel corso degli anni hanno prodotto risultati interessanti.

LA TRASPARENZA – E’ per questo che le più note famiglie di indici cercano di essere il più possibile trasparenti, in modo da poter prevedere ragionevolmente le variazioni degli indici e da non creare volatilità non necessaria sui mercati.Vengono anche disciplinate tutte le situazioni eccezionali, quali chiusura di mercati per causa di forza maggiore (es. 11 Settembre 2001, Primavera Araba), non disponibilità di prezzi, sospensione dalle quotazioni ecc. in modo da sapere a priori cosa potrà succedere e come si comporterà la società che calcola gli indici. Mentre le caratteristiche sopra descritte sono abbastanza uniformi, le famiglie di indici sono piuttosto differenti nelle metodologie per il calcolo degli indici suddivisi per capitalizzazione (small, mid e large cap) e per stile (growth e value), o per gli indici tematici (es. acqua, energie pulite, agricoltura, infrastrutture) in cui non c’è una definizione standard (come invece capita per la classificazione settoriale basata sui GICS). Può succedere ad esempio che una stessa società sia considerata small da un indice, ma medium da un altro (perché usano un criterio differente) oppure che sia contemporaneamente growth e value per la stessa famiglia di indici (in quanto risponde a entrambi i criteri usati per identificarle). Ancora maggiore è la differenza nei criteri di calcolo degli indici fattoriali (es. bassa volatilità, momento, qualità, alto dividendo), oggi molto di moda sia tra gli ETF che tra i gestori attivi. In primo luogo perché le definizioni dei fattori possono essere diverse, ma anche a parità di fattore i criteri di inclusione di un titolo (che devono essere quantitativi) possono essere differenti a seconda della famiglia di indici. E’ necessario fare quindi attenzione perché l’indice/ETF quality europeo della famiglia A può essere diverso dal medesimo indice della famiglia B.In alcuni casi poi è stato necessario per gli indici adeguarsi alla normativa. E’ il caso degli indici 10/40 che sono stati sviluppati per essere conformi alla normativa UCITS che impone un limite al 10% al peso di un singolo titolo in un fondo e un limite del 40% alla somma delle posizioni con peso superiore al 5%. In passato era infatti impossibile per un fondo confrontarsi con un indice in quei mercati dove esistevano delle aziende con una capitalizzazione maggiore del 10% del mercato o un gran numero di aziende molto grandi. Esistono infine una grandissima serie di variazioni in base alla tassazione (indici netti, lordi o parzialmente netti), alla inclusione o meno dei dividendi (price return, total return), e alla esposizione valutaria (coperti o meno dal rischio di cambio), conclude la nota.

 

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