Covip, fondi pensione meglio del Tfr

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La relazione annuale della Authority offre un quadro nitido sul peso crescente della previdenza complementare nel nostro Paese.

Marco Muffato di Marco Muffato9 giugno 2017 | 11:53

Tutti i numeri più interessanti sullo stato dell’arte nella previdenza complementare così come emergono dalla relazione per l’anno 2016 presentata dal presidente della Covip Mario Padula (nella foto) ieri a Roma.

Alla fine del 2016, le forme pensionistiche complementari sono 452: 36 fondi negoziali, 43 aperti, 78 piani individuali pensionistici (PIP), 294 preesistenti e FondiInps. Rispetto al 2015 il numerosi è ridotto di 17 unità (10 fondi preesistenti e 7 fondi aperti). I fondi pensione con più di 100.000 iscritti sono 15, oltre la metà ha meno di 1.000 iscritti; di questi, il 90% è costituito da fondi pensione preesistenti. Rimangono spazi per una ulteriore concentrazione del settore che consentirebbe assetti organizzativi più efficienti.

GLI ISCRITTI E LE ADESIONI. Alla fine del 2016, il totale degli iscritti alla previdenza complementare è pari a circa 7,8 milioni. Le adesioni sono cresciute del 7,6%. Rispetto all’anno precedente, gli iscritti ai fondi negoziali sono aumentati del 7,4%. Anche al netto delle adesioni contrattuali, l’incremento risulta positivo per la prima volta dal 2008. Nei fondi pensione aperti l’aumento è stato del 9,5%, il più elevato degli ultimi anni, mentre i PIP “nuovi” hanno registrato una crescita del 10,3%; includendo anche i vecchi Pip, il segmento dei prodotti assicurativi raggiunge il 42% degli iscritti complessivi. Gli iscritti ai Pip “nuovi” sono quasi 2,9 milioni, (a cui si aggiungono 430 mila dei “vecchi” Pip); ai fondi negoziali sono 2,6 milioni, 1,3 milioni quelli ai fondi aperti e 650.000 ai fondi preesistenti.

In riferimento alla condizione professionale, aderiscono alla previdenza complementare 5,8 milioni di lavoratori dipendenti, di cui 200 mila del settore pubblico, e 2 milioni di lavoratori autonomi. Il tasso di adesione permane sensibilmente più basso tra le donne e i giovani, al Sud e nelle Isole. Grazie al nuovo sistema delle segnalazioni elaborato dalla Covip, per la prima volta è stato possibile quantificare puntualmente le duplicazioni delle posizioni, ovvero i soggetti che aderiscono contemporaneamente a più di una forma pensionistica. I casi di adesione multipla sono circa 620.000. Ne consegue che, alla fine del 2016 gli iscritti effettivi al sistema della previdenza complementare sono stimabili in circa 7,2 milioni, vale a dire il 27,8% delle forze di lavoro.

IL PATRIMONIO. A fine 2016, il patrimonio delle forme pensionistiche complementari ha superato i 151 miliardi di euro, in aumento del 7,8% rispetto al 2015. Rappresenta il 9% del Pil e il 3,6% delle attività finanziarie delle famiglie italiane. I contributi raccolti nell’anno ammontano a 14,2 miliardi di euro, di cui il 75% confluisce nelle forme previdenziali di nuova istituzione. Il flusso dei contributi destinato ai fondi pensione aperti e ai PIP è cresciuto dell’11%. Minore è invece l’incremento nei fondi negoziali, pari al 3,4%. Il flusso di Tfr versato ai fondi pensione, pari a 5,7 miliardi di euro, costituisce il 40% circa dei flussi contributivi destinati alla previdenza complementare.

Rimane diffuso il fenomeno delle interruzioni contributive soprattutto fra i fondi aperti e i Pip. Nel 2016 ha interessato quasi 2 milioni di iscritti, prevalentemente lavoratori autonomi. L’ammontare delle prestazioni nel corso del 2016 è stato pari a 6,9 miliardi di euro, sostanzialmente analogo all’anno precedente: 2 miliardi sono stati erogati in forma capitale e circa 700 milioni in rendita. Le altre voci di uscita della gestione previdenziale riguardano i riscatti per 1,6 miliardi di euro e le anticipazioni, che si sono attestate a 2 miliardi di euro, sostanzialmente come lo scorso anno.

 

I RENDIMENTI E I COSTI. A fronte di un andamento positivo dei titoli azionari e obbligazionari nei principali mercati mondiali, nel 2016 i risultati delle forme pensionistiche complementari sono stati positivi per tutte le tipologie di forma e di comparto. I rendimenti medi, al netto dei costi di gestione e della fiscalità, si sono attestati al 2,7% nei fondi negoziali e al 2,2% nei fondi aperti; per i Pip “nuovi” di ramo III, il rendimento medio è stato del 3,6%; le gestioni separate di ramo I hanno reso il 2,1%. Nello stesso periodo il Tfr si è rivalutato, al netto delle tasse, dell’1,5%.

Su un periodo di osservazione più ampio (2008-2016), comprensivo delle fasi di turbolenza dei mercati finanziari, il rendimento netto medio annuo dei fondi pensione negoziali è stato del 3,4%, quello dei fondi aperti del 2,9%; nei Pip è stato del 3% per le gestioni di ramo I e del 2,2% per le gestioni di ramo III. La rivalutazione del Tfr è stata del 2,2%. Rispetto ai costi, i Pip sono i prodotti più onerosi: su un orizzonte temporale di dieci anni l’Isc (indicatore sintetico dei costi) è in media del 2,2%; nei fondi pensione negoziali è dello 0,4% mentre nei fondi pensione aperti dell’1,3%.

 

L’ALLOCAZIONE DEGLI INVESTIMENTI. L’allocazione del patrimonio è rimasta sostanzialmente stabile rispetto allo scorso anno. Il 61% è investito in titoli di debito, per i tre quarti costituiti da titoli di Stato. Il 16,3% è costituito da titoli di capitale e il 13,5% da OICR. Gli investimenti immobiliari, in forma diretta e indiretta, rappresentano il 3,3% del patrimonio e riguardano quasi esclusivamente i fondi preesistenti.

Gli investimenti in attività domestiche ammontano a circa 35 miliardi di euro pari a poco meno del 30%. Gli investimenti in titoli emessi da imprese italiane rimangono limitati: 3,4 miliardi di euro, circa il 3% delle attività, di cui 2,3 miliardi formati da obbligazioni e 1 miliardo da azioni. Rimane concentrata in Italia la quasi totalità degli investimenti immobiliari.

Nel confronto internazionale, i fondi pensione italiani mostrano una minore propensione a investire in titoli di emittenti domestici. Tra le cause figurano: benchmark di mercato in cui l’Italia ha un peso contenuto; difficoltà nella valorizzazione e nella liquidabilità di strumenti non quotati; basso livello di capitalizzazione del mercato azionario e limitato numero di imprese quotate. Le recenti misure di agevolazione fiscale per gli investimenti a lungo termine previste per i fondi pensione e casse professionali possono rappresentare uno stimolo.

 

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