Bnp Paribas Am: Fed, Yellen ammorbidisce i toni

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Le dichiarazioni rilasciate da Janet Yellen – presidente della Federal Reserve – hanno contribuito a stabilizzare i mercati obbligazionari.

Chiara Merico di Chiara Merico20 luglio 2017 | 08:45

CAUTELA SUI MERCATI – Gli operatori sui mercati finanziari a maggior rischio – azioni e obbligazioni societarie – hanno mostrato una certa cautela, dato che i rendimenti obbligazionari complessivamente hanno guadagnato terreno all’inizio della scorsa settimana, spiega Colin Harte, head of research, active asset allocation, multi asset solutions di Bnp Paribas Am.. Tuttavia, le dichiarazioni rilasciate da Janet Yellen – presidente della Federal Reserve – hanno contribuito a stabilizzare i mercati obbligazionari, fornendo un catalizzatore che ha consentito agli indici azionari statunitensi di guadagnare terreno di pari passo con le materie prime, favorite dal deprezzamento del dollaro. Dopo l’euforia innescata dalle parole di Yellen – considerate un’apertura espansiva in materia di politica monetaria – gli indici azionari europei hanno incontrato delle difficoltà a causa del rafforzamento dell’euro.

FEDERAL RESERVE: TONI ACCOMODANTI INATTESI – Secondo le attese degli analisti, nel discorso di fronte al Congresso Yellen avrebbe dovuto difendere la sua linea restrittiva, restando coerente con le dichiarazioni rilasciate il mese scorso, che sembravano ignorare la frenata dell’inflazione confermando il perseguimento della normalizzazione della politica monetaria, sottolinea Harte. Tuttavia il presidente della banca centrale USA ha colto di sorpresa gli osservatori utilizzando toni più espansivi e ammettendo che “l’inflazione si colloca su livelli inferiori all’obiettivo del 2%, e vi potrebbero essere andamenti inattesi su questo fronte”. Come sottolineato nel quinto Beige Book – una raccolta di dati relativi ai distretti in cui opera il sistema della Federal Reserve – i salari hanno mantenuto un ritmo di crescita da “modesto a moderato“, e le pressioni salariali in genere rappresentano un elemento chiave per stimolare l’inflazione. Inoltre, il rapporto ha evidenziato un ulteriore inasprimento delle difficoltà di assunzione da parte delle imprese, in particolare nel settore edile e in quello dell’informatica, con il tasso di disoccupazione vicino ai minimi degli ultimi 16 anni – inferiore al 4,4% – che segnala una carenza di lavoratori qualificati. Il discorso di Yellen è parso in evidente contrasto con le dichiarazioni rilasciate dai governatori delle banche centrali europee in occasione del vertice organizzato dalla BCE a Sintra in Portogallo. Infatti, dai lavori del forum è emerso in particolare che le banche centrali stavano spostando l’attenzione dall’obiettivo ufficiale del controllo dell’inflazione per concentrarsi maggiormente sul rialzo dei prezzi delle attività finanziarie. Le parole di Yellen hanno riportato in primo piano l’obiettivo più tradizionale dell’inflazione. D’altra parte, è possibile anche che i toni accomodanti adoperati dal presidente della Federal Reserve abbiano rappresentato una precauzione per evitare quello che è stato considerato un errore di comunicazione da parte del presidente della BCE Draghi, le cui dichiarazioni restrittive hanno innescato un’ondata di vendite sui mercati obbligazionari europei. Infatti la BCE in seguito è stata obbligata a precisare le dichiarazioni di Draghi attenuandone i toni. Yellen, invece, non solo si è espressa con cautela in materia d’inflazione, ma ha ribadito anche l’impegno della Federal Reserve nella normalizzazione delle politiche monetarie e ad avviare “entro l’anno” la contrazione del bilancio, gonfiato dal programma di allentamento quantitativo varato all’epoca della crisi finanziaria. Gli ultimi dati relativi all’inflazione USA sono nuovamente risultati inferiori alle attese confermando i timori di Yellen. L’inflazione core su base annua si è attestata all’1,7% in giugno, prolungando il trend ribassista seguito dopo il picco del 2,3% registrato a febbraio. Ad eccezione di gennaio, l’indice di sorpresa dell’inflazione core – che misura la differenza tra le aspettative rilevate dalle indagini congiunturali e il dato ufficiale – non ha registrato dati superiori alle attese dall’agosto dell’anno scorso.

PETROLIO: DUBBI SU UNA RIPRESA SOSTENIBILE DEI PREZZI – I prezzi del greggio hanno registrato una settimana positiva grazie alla ricostituzione delle scorte sostenuta da una domanda vivace, fa notare Harte. Tuttavia prevediamo che questo rialzo sarà di breve durata per vari motivi. Innanzitutto, per quanto riguarda l’offerta, i produttori USA di idrocarburi da scisto stanno frenando il possibile aumento dei prezzi aumentando le estrazioni quando il greggio rincara. Al contempo il miglioramento delle tecnologie estrattive negli Stati Uniti (teste di foratura, gestione dei dati) sta facendo scendere il punto di pareggio dei prezzi consentendo una produzione redditizia a costi inferiori. In secondo luogo, la capacità dell’OPEC di sostenere i prezzi attraverso i tagli di produzione sembra vicina ai limiti e le ultime rilevazioni dell’Agenzia Internazionale dell’Energia hanno mostrato che i paesi membri dell’OPEC hanno rispettato in misura minore le quote di produzione assegnate. Tale comportamento potrebbe essere attribuito in parte alle pressioni che i tagli alla produzione stanno esercitando sui principali produttori OPEC, tra i quali l’Arabia Saudita. Infatti, i tagli stanno penalizzando i ricavi senza avere l’impatto previsto sui prezzi. Nonostante l’attuale accordo sui tagli di produzione, i prezzi spot sono rimasti relativamente bassi e sul mercato a termine i future vengono negoziati a livelli superiori ai prezzi spot, avvantaggiando così i produttori da scisto USA che proteggono il valore del loro greggio vendendolo a termine. I paesi del Golfo di solito vendono a prezzi spot. Se si analizza la curva forward del greggio, si riscontra che il taglio dell’OPEC ha avuto effetto a gennaio, ma la flessione è stata in seguito riassorbita, e la curva al momento presenta una configurazione simile a un anno fa. Tale sviluppo potrebbe suscitare dubbi sull’efficacia dei tagli alla produzione e dissuadere i paesi dell’OPEC dal rinnovare l’accordo. Al contrario, potrebbe esplodere una guerra sulle quote di mercato suscettibile di provocare un aumento dell’offerta.

ALLOCAZIONE DEGLI ATTIVI: INVARIATA  – Nel comparto obbligazionario, abbiamo mantenuto invariato il sottopeso tattico in termini di duration poiché prevedevamo una correzione di mercato con una nuova flessione dei rendimenti. Tuttavia, in una prospettiva di lungo periodo la strategia incentrata su una duration breve resta valida, anche perché l’attuale offerta netta negativa, con scadenze quindi più numerose delle nuove emissioni, di titoli di qualità dovrebbe integrare un premio di “scarsità” nelle quotazioni e accentuare e pressioni al ribasso sui rendimenti. Per quanto riguarda le strategie d’investimento, secondo i nostri analisti la sopravvalutazione degli indici azionari USA è più accentuata rispetto ai listini europei. Pertanto deteniamo un sovrappeso nelle azioni dell’area euro rispetto ai mercati degli Stati Uniti e della Gran Bretagna. Tale posizione riflette anche il fatto che le nostre stime relative ai profitti societari nel Regno Unito sono molto più basse rispetto a quelle prevalenti sui mercati. Nel settore immobiliare quotato, i titoli europei hanno messo a segno un notevole rialzo quest’anno, mentre i REIT statunitensi hanno accusato un ritardo in termini di performance. Pertanto siamo passati in sovrappeso nel mercato USA al fine di trarre vantaggio da tale divergenza che dovrebbe invertirsi nei prossimi mesi, poiché l’immobiliare statunitense beneficia di una domanda in crescita a fronte di un’offerta limitata. Infine, non riteniamo che i mercati delle obbligazioni high-yield abbiano scontato a sufficienza il recente ribasso dei prezzi del greggio che accentua il rischio di un aumento delle insolvenze nel settore energetico statunitense, mentre nei paesi emergenti privilegiamo il debito in valuta locale, che dovrebbe consentire di trarre vantaggio da un apprezzamento delle divise, conclude Harte.

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