Non bisogna sottovalutare le obbligazioni indicizzate all’inflazione. Ecco perché

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di Redazione17 agosto 2017 | 09:30

Nell’ultimo outlook obbligazionario mensile di Fidelity International, Andrea Iannelli, Investment Director, Obbligazionario, spiega perché gli investitori non dovrebbero sottovalutare le obbligazioni indicizzate all’inflazione, nonostante il peggioramento delle prospettive relative all’inflazione globale.

“L’affievolirsi del ‘reflation trade’ e i dati sui salari deludenti emersi di recente”, spiega Iannelli, “hanno smorzato l’entusiasmo degli investitori per le obbligazioni indicizzate all’inflazione. Dopo una solida performance alla fine del 2016 e nella prima parte del 2017, l’asset class di recente è stata messa sotto pressione dalle aspettative di un imminente calo dell’inflazione”.

“Pur concordando sul fatto che le prospettive per l’inflazione globale sono oggi meno chiare rispetto a un anno fa in ragione di una mancata crescita dei salari e di un inasprimento della politica monetaria nei mercati sviluppati, riteniamo che la recente sottoperformance abbia creato opportunità in alcune aree dell’asset class. Con numerosi potenziali fattori inflazionistici ancora all’orizzonte, l’asset class può continuare a essere un prezioso strumento di diversificazione rispetto alla duration nominale”.

“È il caso in particolare delle obbligazioni indicizzate all’inflazione USA, dove abbiamo assistito a una netta rivalutazione del “Trump trade” con il palesarsi delle difficoltà legate all’approvazione delle riforme al Congresso. I breakeven statunitensi a 10 anni si sono contratti passando da oltre il 2% a gennaio all’1,77% e l’ultima serie di dati deludenti su inflazione e salari ha aggravato la situazione. Guardando al futuro”, prosegue l’Investment Director di Fidelity International, “prevediamo che l’IPC primario statunitense rimarrà scarso, attestandosi il prossimo anno intorno all’1,5%. Rispetto a quanto avevamo previsto, le valutazioni dei breakeven risultano interessanti ai livelli attuali. Gli investitori non credono più alla possibilità di riforme significative negli USA, pertanto qualunque passo avanti del Congresso riguardante le imposte o gli investimenti costituirebbe una sorpresa positiva. Analogamente, è probabile che le politiche protezionistiche che potrebbero determinare un rialzo straordinario dell’inflazione statunitense vengano nuovamente inserite in agenda. Infine, il recente indebolimento del dollaro USA potrebbe tradursi in un aumento dei prezzi dei beni nel 2018, a sostegno delle aspettative inflazionistiche e dei breakeven statunitensi”.

“Secondo le nostre previsioni l’inflazione in Europa, misurata dall’Indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) rimarrà contenuta quest’anno, nonostante il margine di rialzo nei prezzi dei generi alimentari. A nostro avviso, nel 2018 l’inflazione dell’Eurozona rimarrà in un range compreso tra 1-1,5%, ancora lontana dall’obiettivo prossimo al 2% fissato dalla BCE. La mancata pressione al rialzo sui salari e il recente apprezzamento dell’euro costituiranno un ulteriore ostacolo all’inflazione dell’Eurozona, rappresentando indubbiamente una sfida per la BCE. Il Consiglio direttivo sembra intenzionato ad annunciare un’ulteriore graduale riduzione del programma di QE a partire da gennaio 2018, ma potrebbe adottare un approccio molto cauto e flessibile per tutelarsi da eventuali sorprese negative sul fronte della crescita. Sebbene le prospettive per l’inflazione dell’Eurozona appaiano favorevoli”, conclude Iannelli, “il mercato le sta già scontando e le valutazioni giustificano una posizione di sovrappeso in considerazione del rapporto rischio/rendimento asimmetrico”.

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