Aberdeen AM: QE2, veleggiando verso l’ignoto?

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La disinflazione incombe nuovamente sull’Europa. Le turbolenze macroeconomiche non sono d’aiuto, ma la BCE deve ripensare la sua politica monetaria. Davanti alla scarsa efficacia della prima tornata di QE, una virata è quantomeno necessaria.

di Redazione4 dicembre 2015 | 08:01

ALLARME DEFLAZIONE – “Le ultime rilevazioni sull’inflazione non hanno di certo portato il sorriso al presidente della Banca Centrale Europea (BCE) Mario Draghi. Il dato, infatti, è nuovamente retrocesso in territorio negativo a settembre e, con il prodotto interno lordo appena sopra il massimo pre-crisi, è tornato a materializzarsi il timore che l’Europa cada in deflazione. Ma questa volta il problema è che il quantitative easing, o QE, della BCE avrebbe dovuto sortire esattamente l’effetto contrario. Con almeno cinque stati membri che probabilmente chiuderanno il 2015 in territorio negativo, la domanda è: quale sarà il prossimo passo? Quali possibilità d’intervento restano alla BCE per raggiungere il suo target inflazionistico prossimo al 2%?”, spiega Neil Murray, head of Pan European Fixed Income di Aberdeen AM.

A CHE PUNTO SIAMO? – Per Murray “l’Eurozona ha vissuto fasi contrastanti nel 2015. Il caso Grecia, tallone di Achille dell’Europa, scoppiato poco dopo l’annuncio del programma di QE a gennaio, ha fatto sprofondare l’euro ai minimi degli ultimi 11 anni contro il dollaro USA. L’immigrazione è diventata un problema di primo piano e i paesi membri sono sempre più divisi sulle soluzioni per risolvere la crisi dei rifugiati. Intanto, la disoccupazione giovanile rimane alta in alcuni paesi dell’UE. Nel contempo, i rischi per le prospettive di crescita e inflazione in Europa sono aumentati, causa il rallentamento dei mercati emergenti e il calo dei prezzi delle materie prime. In questo fosco scenario, però, hanno fatto capolino alcuni dati economici positivi e un barlume di speranza si è acceso. A questo punto, la BCE non deve fare passi falsi. In caso contrario, la crescita economica subirà una battuta d’arresto, quando imprese e consumatori stringeranno i cordoni della borsa in previsione di un calo dei prezzi. Per quanto riguarda l’attuale programma di QE, a partire dal marzo di quest’anno la BCE ha iniettato € 60 miliardi al mese nelle casse degli istituti finanziari (attraverso l’acquisto di titoli di Stato). Con una soglia di almeno € 1.100 miliardi prevista entro settembre 2016, l’inflazione doveva fare un bel balzo in avanti dato che le banche hanno maggiori fondi per l’erogazione del credito e questo dovrebbe incoraggiare i consumatori a chiedere prestiti e quindi a spendere. Ma, dato che la disinflazione si è di nuovo affacciata sui mercati europei, risulta evidente che le cose non stanno andando come sperato. Draghi ha dovuto ammettere che la crescita dei prezzi richiederà più tempo del previsto. Ewald Nowotny, membro del Consiglio direttivo della BCE, ha dichiarato che la banca centrale sta “chiaramente mancando” il target del 2%, mentre il Fondo Monetario Internazionale ha stimato che l’inflazione non raggiungerà questo livello prima del 2020″.

IL QE ALLA PROVA DEI FATTI – “Perché il QE non sta funzionando? In sostanza, la BCE non sta facendo niente di così diverso rispetto al periodo precedente l’annuncio del QE, si limita a iniettare liquidità in misura maggiore che in passato ma su scala di gran lunga ridotta rispetto ai programmi di QE messi in campo da Stati Uniti, Regno Unito e Giappone. Il problema è che questa nuova liquidità è rimasta sotto chiave nelle casse delle banche. Molti sostengono che non ci sia da meravigliarsi se queste continuano a ridurre l’indebitamento, sono penalizzate da carenze di capitale e, comprensibilmente, non sono troppo inclini a operazioni di prestito rischiose data l’incertezza economica imperante. La BCE sembra pronta a potenziare il suo programma di acquisto di asset, se necessario, superando i 1.100 miliardi della prima tornata. Dunque perché continua a temporeggiare? Misure di incentivazione sono evidentemente necessarie, nella misura di £ 2.400 miliardi secondo Standard & Poor’s. Eppure Draghi, o per meglio dire la BCE, vuole avere più tempo per metabolizzare i timori riguardanti la Cina e altre turbolenze macroeconomiche. Un altro fattore, altrettanto importante, è che la BCE non vuole mettersi all’angolo facendo passare il messaggio che continuerà semplicemente ad aumentare il QE. L’influenza di stampo tedesco all’interno della banca centrale è un ulteriore elemento chiave. Il grande timore dell’iperinflazione fa sì che, storicamente, la Germania sia una strenua oppositrice di questo tipo di misure”, spiega Murray.

OUTLOOK – “La BCE ha varie frecce al suo arco per stimolare l’inflazione. Il fulcro del problema è quale sceglierà di usare, soprattutto considerando la fragile congiuntura economica attuale. Le dichiarazioni di Mario Draghi in occasione della sua ultima conferenza stampa a settembre suggeriscono che un ulteriore allentamento monetario sia probabile, in particolare dopo che la Federal Reserve statunitense ha deciso di lasciare invariati i tassi d’interesse. I policy maker della BCE devono anche tenere pienamente conto dell’impatto che avrà l’inevitabile aumento dei tassi d’interesse, sia negli Stati Uniti che nel Regno Unito. Prevediamo che un intervento in questo senso sarà annunciato a dicembre o all’inizio del 2016. Aumentare gli acquisti mensili rispetto agli attuali € 60 miliardi è il modo più semplice per iniettare maggiori capitali nell’economia, anche se la BCE deve fare in modo che questa liquidità raggiunga le tasche dei consumatori. Alimentare sui mercati la fiducia che il programma verrà rinnovato oltre la scadenza di settembre 2016 è un’altra mossa ampiamente attesa. Come suggerito dalla stessa BCE nell’ultima riunione, un’alternativa potrebbe essere un ulteriore taglio dei tassi di deposito (già in territorio negativo a quota -0,2%) ma precedenti tentativi in questo senso non si sono rivelati particolarmente capaci di stimolare l’economia. Anche l’ampliamento delle tipologie di debito che la BCE può acquistare sembra un trend destinato a continuare. Su questo fronte sono già state apportate modifiche al programma, che inizialmente riguardava solo gli ABS e in seguito ha ricompreso anche i titoli di Stato. Più di recente, è stata la volta dei titoli assimilabili alle emissioni sovrane, mentre le obbligazioni corporate restano per ora una (più spinosa) possibilità. Nel 2016, è probabile che si verifichi un aumento dell’inflazione. Sinora l’efficacia del QE è stata modesta ma, qualunque siano le misure che la BCE deciderà di adottare, in Europa esistono ancora impedimenti strutturali fondamentali che devono essere affrontati. Scarsità di investimenti, bassa capacità di innovazione, incertezza politica e mercati del lavoro rigidi sono solo alcuni dei fattori che frenano l’economia europea e che difficilmente potranno essere modificati con una nuova tornata di QE. Come Draghi non ha mancato di ricordare più e più volte, la politica monetaria da sola non può risolvere i problemi dell’Eurozona. È ora che i politici scendano in campo e facciano la propria parte”, precisa il gestore.

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