East Capital: il Dragone può gestire la volatilità

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Per Marcus Svedberg, sebbene l’indebolimento del renminbi non rappresenti di per sé un elemento a favore degli emergenti, i rischi connessi alla valuta cinese sono esagerati.

Chiara Merico di Chiara Merico1 febbraio 2016 | 09:48

SALE LA VOLATILITA’ – “A livello globale, se da un lato la politica monetaria statunitense è riuscita a ridurre con successo la volatilità, dall’altro le scelte portate avanti in Cina hanno contribuito ad innalzarne il livello. Questo non significa che la FED abbia ragione e la PBoC sia dalla parte del torto, ma che un maggior livello di incertezza è l’unica cosa che i mercati non apprezzano”, nota Marcus Svedberg, capo economista di East Capital. “La volatilità del renminbi ha iniziato a manifestarsi già durante la scorsa estate e rappresenta un elemento di novità a causa del nuovo regime di tasso di cambio, ambito in cui la PBoC assume come riferimento un paniere ponderato. E la volatilità è travasata su altri mercati e asset. Sui mercati azionari abbiamo assistito ad un sell-off brusco e generalizzato e la maggioranza delle valute si è indebolita nei confronti del biglietto verde. I prezzi delle materie prime sono visibilmente diminuiti con il barile crollato al di sotto dei 30 dollari per la prima volta dal 2004. E tutto ciò, a sua volta, ha rimesso in discussione gli emergenti“.

PREOCCUPAZIONI ESAGERATE SULLA CINA – “Dal nostro punto di vista, siamo andati contro il parere del consenso per cui il rialzo dei tassi americani dovrebbe rappresentare un attivo netto per gli asset degli emergenti. Sebbene riteniamo che l’indebolimento del renminbi non rappresenti di per sé un elemento a favore degli emergenti, pensiamo che i rischi connessi alla valuta cinese siano esagerati. E, quindi, con implicazioni abbastanza modeste a livello macroeconomico. Innanzitutto, la svalutazione deve essere considerata all’interno dell’ampio contesto delle valute degli Emergenti e alla luce del fatto che la divisa cinese fosse tenuta artificiosamente a livelli di cambio elevati tramite un ancoraggio de facto con il dollaro. E, inoltre, la PBoC ha sia gli strumenti che il potere di controllare la portata della svalutazione. Non dobbiamo dimenticare neanche che la volatilità è stata esasperata da una debole gestione della comunicazione e da interventi maldestri sui mercati”, aggiunge Svedberg. “Per di più, alcuni fattori economici fondamentali come, ad esempio, l’indice Pmi di dicembre, sono stati piuttosto deboli, ma è improbabile che il rallentamento economico sia peggiore adesso rispetto a pochi mesi fa e, inoltre, la crescita per il 2015 è stata in linea con le previsioni. Anche Christine Lagarde, direttrice generale del FMI, durante i lavori del World Economic Forum a Davos, ha affermato che le preoccupazioni riguardo alla Cina sono esagerate. Infine, dunque, il fatto che la Cina abbia deciso di cominciare ad aprire il suo conto capitale e a legare sempre più l’andamento della valuta ai movimenti del mercato rappresenta uno sviluppo positivo che dovrebbe essere ben accolto, anche a costo di una certa volatilità. Molti investitori adesso spenderanno il resto dell’anno a preoccuparsi del fatto che la Fed possa o meno alzare i tassi più o meno del previsto e che il renminbi possa svalutarsi molto più delle previsioni del consenso. Crediamo che queste preoccupazioni siano eccessive e fuori luogo. Ci sono molte altre questioni di cui preoccuparsi e sarebbe molto più costruttivo guardare ai fondamentali, finora trascurati, o alle incongruenze di valutazione”, conclude il capo economista.

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