Pimco: perché puntare sugli emergenti

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Francesca Vercesi di Francesca Vercesi20 settembre 2017 | 11:44

Quale strada si fa avanti nelle maggiori economie mondiali in risposta all’abbandono della politica monetaria non convenzionale, processo che potrebbe rivelarsi prolungato e potenzialmente destabilizzante? Sembra proprio che, alla ricerca di rendimento, qualche mercato emergente potrebbe rivelarsi interessante.  «Ci aspettiamo un tapering graduale sia di Fed sia di Bce. Crediamo si tratterà di riduzioni graduali che non porteranno a uno shock sugli emergenti. Se guardiamo ai precedenti cicli di rialzo dei tassi della Fed, nessuno dei tre ha avuto un impatto nocivo sui titoli emergenti e quindi il taper tantrum del 2013 è stata un’eccezione», afferma Yacov Arnopolin, gestore per i mercati emergenti di Pimco. E spiega: «la Fed, da tempo, ha delineato in modo chiaro i propri piani in tema di politica monetaria. Ciò ha dato ai mercati emergenti il tempo di prepararsi. In parte, gli emergenti hanno anticipato le mosse della Fed intensificando le emissioni di debito, sia governativo sia corporate, nei primi due mesi dell’anno, in modo da trarre beneficio da livelli di finanziamento ancora attraenti. Ciò ha fornito protezione contro l’aumento dei tassi. Inoltre, negli ultimi anni le condizioni economiche degli emergenti sono migliorate e molti Paesi in via di sviluppo hanno fatto riforme strutturali, ponendosi in condizioni migliori per far fronte al lento e stabile ciclo di rialzo dei tassi pianificato dalla Fed».

QUALI EMERGENTI – I paesi emergenti al di fuori della Cina rimangono suscettibili ai rischi estremi, positivi e negativi, a livello globale. Tuttavia, salvo turbolenze o shock globali significativi, «alcuni sono favorevolmente posizionati per evidenziare tassi di crescita e rendimenti robusti. Alla luce delle incertezze sulle politiche monetarie non convenzionali, sulla deglobalizzazione e sui rischi di protezionismo, la differenziazione tra i paesi emergenti sarà più importante che mai», precisa. E aggiunge: «gli attivi emergenti beneficiano inoltre del supporto tecnico derivante da valutazioni equilibrate o convenienti. Nel nostro scenario di riferimento i paesi emergenti evidenziano un buon andamento nell’orizzonte di lungo periodo, ma restiamo prudenti a causa dei possibili rischi di coda . Tra questi ci sono le dinamiche politiche statunitensi, la fine di politiche monetarie senza precedenti, un hard landing della Cina e una debolezza inattesa delle materie prime. I mercati finanziari attualmente non scontano il rischio di un esito negativo estremo sul fronte nordcoreano». Tra i mercati di preferenza, c’è l’Argentina: «siamo positivi sulle elezioni di metà ottobre, si temeva un ritorno di popolarità dell’ex presidente Kirchner mentre ora si pensa che il partito di Macri dovrebbe avere successo nelle elezioni di mid term e questo dà più tranquillità agli investitori esteri. Intanto l’inflazione scende. Il Paese è uscito dal default due anni fa, emette titoli a 100 anni e attrae. Inoltre, paragonandola a paesi sudamericani come Messico e Colombia, l’Argentina ha un debito in hard currency sul Pil tra i più bassi della regione», precisa Arnopolin. Vale la pena guardare anche a Russia e Brasile: se prima vedevamo stagflazione ora vediamo crescita e inflazione bassa. I tassi reali tra paesi emergenti e sviluppati sono arrivati a oltre 270 pb che è il livello più alto (si tratta del doppio del differenziale che c’era durante il taper tantrum). Su questi il settore hard currency ha recuperato completamente (siamo arrivati al massimo in termini di afflussi) mentre sulla valuta locale è ancora ampio lo spazio ma prevediamo la chiusura di questo differenziale». E continua: «In Brasile il mercato prevede un ulteriore abbassamento dei tassi per poi vedere un rialzo (ha dei forward molto elevati). Anche Messico, Indonesia e India dovrebbero mantenere i tassi bassi.

La Cina ha un ampio surplus commerciale bilaterale con gli Stati Uniti e quindi avrebbe un incentivo a negoziare. Anche gli Usa d’altro canto potrebbero risentire di una possibile svalutazione dello yuan o di una delle posizioni in titoli di Stato americani. Arnopolin afferma: «abbiamo ridotto le posizioni corte in Rmb e rimaniamo in attesa di vedere che posizione prenderà il presidente dopo il Congresso. Nel breve (6-12 mesi) non vediamo la Cina come fonte di rischi ma sul mercato off shore abbiamo un sottopeso. Siamo in attesa di una potenziale emissione di titoli di stato in dollari e si suppone che il motivo principale non sia perché hanno bisogno di dollari ma è piuttosto un modo più chiaro per prezzare le emissioni di corporate. Ci aspettiamo l’apertura del mercato locale cinese. Forse nel 2018 sarà inclusa nel listino principale JP GBI EM».

IL PORTAFOGLIO EMERGENTE DI PIMCO. Abbiamo un sovrappeso su Paesi dove c’è appoggio del Fmi quali Sri Lanka, Ucraina, Mongolia, poi Argentina (i titoli sono stati inclusi nell’indice Jp Morgan GBI EM GD), Repubblica Ceca, Senegal. A seguire, non pensiamo a una guerra commerciale con la Cina ma preferiamo focalizzarci su paesi lontani dal rischio protezionismo e quindi siamo positivi su Argentina, Brasile, Indonesia (il Pil cresce a oltre 5%), Russia (buoni tassi di crescita e forse recupero del rating BBB). Siamo neutrali su Europa Est e Medio Oriente. Abbiamo un sottopeso su Malesia, Cina, Ungheria, Filippine. Più in generale, dopo il taper tantrum molti paesi stanno ridimensionando i bilanci, ora più che ai livelli attuali bisogna guardare alla traiettoria. I paesi più esposti sono quelli che si appoggiano agli afflussi dei capitali degli stranieri», conclude.

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