A caccia di opportunità

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Intervista a Giovanni De Mare, executive director di Vontobel: “Ecco come costruire un’asset allocation anti volatilità”.

di Elisa Zeri7 settembre 2016 | 07:13

Turbolenza, volatilità, incertezza. Ma anche grandi opportunità. Giovanni De Mare (nella foto), executive director e responsabile vendite retail di Vontobel, spiega su cosa puntare per costruire un’asset allocation anti volatilità e racconta come si sta riposizionando la società svizzera.

Il post Brexit sta portando con sé vari shock, che derivano da un indebolimento della sterlina e da un certo rallentamento nel Regno Unito. Anche questo inciderà negativamente sulle altre economie della Ue, già indebolite dalla bassa crescita, dalla scarsa produttività e dalle tensioni geopolitiche. È questa la globalizzazione? Quella a cui stiamo assistendo è in realtà una crisi di rigetto della globalizzazione, di cui la Brexit è stato il sintomo. È come si stesse recitando un “De profundis” del concetto di globalizzazione delle economie occidentali. E la tecnologia non ha fatto altro che accelerare questo processo. Mentre nel passato, in piena rivoluzione industriale, la tecnologia trainata da elettrificazione e fordismo tendeva a includere, oggi – accanto agli indubbi aspetti positivi – questa tende a separare, toglie posti di lavoro, polarizza, uniforma in basso e riporta alla luce i nazionalismi. Del nuovo corso sta beneficiando la classe più istruita e innovativa, non quella più colta. Abbiamo élite tecnologiche molto preparate ma molto distanti dai problemi reali dei Paesi. Oggi le vere nazioni sono le multinazionali, tanto che il debito di Coca Cola o di Nestlé è più sano del debito di alcuni Paesi e, se c’è da intervenire, lo si ristruttura più facilmente. Nel caso di alcuni Paesi emergenti se si compra un Paese attraverso un’emissione obbligazionaria, si sta comprando la sua affidabilità ma al tempo stesso si compra una correlazione forte alla multinazionale che del Paese è la fonte di reddito principale.

Quindi cosa si può dire agli investitori?
Che il futuro degli investimenti non sarà fatto da una logica settoriale o regionale ma da una logica legata più alla decorrelazione degli utili, perché è questo l’unico modo per essere meno soggetti ai drawdown. Di buono c’è che tutto questo movimento offre opportunità dal punto di vista dell’investimento. Il luogo in cui è quotata un’azienda non riflette il suo stato di salute: molte blue chip infatti hanno più del 90% del loro giro d’affari sparso per il mondo. Se si guarda al dividend yield, per esempio, selezionare società di qualità risulta più interessante di alcuni bond. L’equity ben selezionato, in altre parole, può essere un nuovo bond. Ecco che per chi fa finanza questo è un momento di grandi opportunità.

Ci fa un esempio?
Quando il mercato va in tensione e in presenza di mispricing, ovvero di inefficienze più o meno forti, si possono fare buoni acquisti. Un esempio può essere proprio un’emissione obbligazionaria che, a seconda che sia espressa in euro o in dollari, può avere differenziali enormi. È in momenti come questi si può creare del valore. Sta di fatto che dopo la Brexit il decennale tedesco è pari a zero mentre il Treasury si aggira intorno all’1,5% e sui titoli americani corporate IG siamo intorno al 2,5%. Oggi gli Usa sembrano di nuovo la terra promessa.

L’epoca di un’Europa dell’equity che trattava a sconto e che poteva offrire buone performance è finita quindi prima ancora di iniziare?
Sono abbastanza d’accordo: 15,3 miliardi di uscita dal 24 giugno in poi. Il totale di asset usciti dall’azionario europeo da inizio anno arriva così a 54 miliardi. In Europa sono confluiti circa 15 miliardi di euro di investimenti ma da qualche mese parecchi sono i flussi in uscita. Molti tornano verso gli Stati Uniti, che hanno attratto flussi finanziari nell’ultimo periodo e altrettanti confluiscono verso i mercati emergenti. Per combattere volatilità e incertezza bisogna tornare alla qualità. Le grandi aziende sono destinate a vedere crescere il loro valore. Quindi in Europa continuano a esserci titoli interessanti ma occorre allontanarsi da una logica prettamente geografica.

Sul fronte del credito a cosa guardate con favore?
Se si vuole ottenere uno spread interessante, bisogna puntare sui bond high yield: in Usa rendono mediamente il 6,5%, in Europa intorno al 5%. Meglio scegliere un fondo globale. Ci sono temi diversi che si possono cavalcare in Europa come la svalutazione dell’euro e il tasso di default che migliorerà grazie alla liquidità in arrivo sul mercato. Il rendimento cedolare che sta dando l’hy europeo sarà molto più interessante nel futuro. Poi siamo molto positivi sul debito emergente in valuta forte. È meglio della valuta locale perché protegge dalle manovre di politica monetaria e consente di fare una migliore valutazione del credito. Si può godere dell’yield to maturity e il rischio è relativamente più basso. In genere l’hard currency va in tensione quando c’è stress sulle commodity e non sulle valute. Ma non è questo il caso.

Come si sono comportati i vostri fondi da inizio anno e nel dopo Brexit?

La maggior parte ha dimostrato molto bene la propria natura difensiva. Per esempio sia l’Euro Corporate Mid Yield sia il Bond Global Aggregate stanno andando bene. Il fondo Emerging Market Debt in Hard Currency non ha risentito per nulla della situazione perché è più legato al petrolio che al discorso tassi. Mentre sulla parte equity sono quasi tutti positivi e la maggior parte sopra il benchmark. Il comparto Global Equity sta dando soddisfazione: il gestore ha ridotto il numero di titoli o eliminato le idee di dimensioni minori, meno liquide o meno convincenti. Oggi sull’obbligazionario occorre ragionare a livello globale e pensare che in giro per il mondo ci sono emissioni interessanti da poter sfruttare.

Come state riposizionando i portafogli?
Intendiamo ritornare alla semplicità, proporre prodotti chiari nelle definizioni e combinarli insieme. La selezione di un buon gestore ripaga di più di una buona combinazione di asset. Per esempio sulla parte obbligazionaria del portafoglio consigliamo di adottare un approccio globale flessibile al fine di individuare le opportunità ovunque esse si presentino, come fa il Vontobel Fund – Bond Global Aggregate gestito da Hervé Hanoune.

Qual è il prodotto che sta andando meglio in Italia?
Da inizio anno stiamo raccogliendo di più sul Vontobel Euro Corporate Bond, intorno ai 100 milioni di euro.

Avete qualche novità in rampa di lancio?
Sì, nel corso dell’autunno lanceremo in Italia il nuovo Vontobel Fund – Multi Asset Solution (MAS), fondo di fondi flessibile con l’obiettivo di una crescita costante del capitale. Il nuovo fondo sarà gestito dal team di gestione di Milano e userà i fondi di casa, quindi di Vontobel Fund Sicav e di altri fondi col marchio Vontobel. Con il nuovo MAS offriamo in un unico prodotto la combinazione ottimale delle nostre migliori strategie di gestione.

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