Bnp Paribas Ip: la Brexit e i comunicati Bce allontanano gli investitori dal mercato

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Per Joost van Leenders, chief economist del team Multi asset solutions, ci sono attese modeste per i profitti societari in Usa del terzo trimestre.

Chiara Merico di Chiara Merico13 ottobre 2016 | 07:00

FLUTTUAZIONI SUI MERCATI – Le fluttuazioni dei mercati registrate la settimana scorsa erano parzialmente riconducibili agli sviluppi della situazione politica internazionale, spiega Joost van Leenders, chief economist del team Multi asset solutions di Bnp Paribas Ip. La flessione nei sondaggi del candidato repubblicano alla presidenza USA Donald Trump ha favorito un rafforzamento del peso messicano, valuta ritenuta dai mercati finanziari uno degli indicatori più affidabili per l’esito delle elezioni negli Stati Uniti. In Europa invece la sterlina si è ulteriormente deprezzata a fronte della prospettiva di una “hard Brexit”, ovvero di uno strappo secco tra Regno Unito e UE che lasci Londra completamente fuori dal mercato unico. Il risultato delle elezioni di novembre negli USA potrebbe avere notevoli conseguenze per i mercati globali. In effetti, le posizioni radicalmente diverse dei due candidati suscitano forti incertezze e agitano lo spettro di un aumento della volatilità . Inoltre, prevediamo che la decisione di uscire dall’UE provocherà in ogni caso delle turbolenze per la crescita in Gran Bretagna, poiché le incertezze sull’esito finale del negoziato condizioneranno gli investimenti delle società.

BCE: TROPPO PRESTO PER PARLARE DI RIDIMENSIONAMENTO DEL QE – La scorsa settimana, l’agenzia di stampa Bloomberg ha riportato delle dichiarazioni rilasciate da alcuni funzionari della BCE, secondo i quali la banca centrale avrebbe intenzione di ridimensionare gradualmente gli acquisti di attivi – con decrementi di 10 miliardi di euro – prima della conclusione del programma di allentamento quantitativo, prevista per marzo 2017. Per la BCE questo potrebbe essere un modo di sondare il terreno, ipotizza van Leenders. Qualora i mercati fossero in grado di fare fronte a questa prospettiva, il decremento degli acquisti potrebbe attenuare il problema della scarsità di emissioni, che riguarda in particolare i titoli acquistabili dalla banca centrale. Naturalmente, questa notizia ha provocato una reazione dei mercati. I rendimenti dei titoli di Stato dell’eurozona sono lievitati, ma i rialzi – compresi tra 5 e 7 punti base – non sono stati spettacolari. A nostro avviso, la BCE non avvierà una riduzione del quantitative easing (QE) in tempi brevi. Innanzitutto, secondo le fonti citate da Bloomberg, per il momento la prospettiva di un giro di vite sugli acquisti di attivi ha raccolto solo un consenso informale in seno al Consiglio direttivo, senza escludere che il programma potrebbe essere prolungato oltre il termine attuale. In secondo luogo, la BCE ha rapidamente puntualizzato in un comunicato diffuso via e-mail che il Consiglio direttivo non aveva esaminato ufficialmente tale eventualità. Se la BCE avesse voluto davvero mettere alla prova i mercati, avrebbe dovuto attendere più a lungo prima di reagire. Inoltre, la questione della scarsità di titoli disponibili sul mercato deve essere risolta in ogni caso dal momento che, in base all’attuale ritmo mensile di 80 miliardi di euro, la disponibilità potrebbe esaurirsi anche prima del marzo 2017. Paradossalmente, il recente rialzo dei rendimenti ha fatto assottigliare il numero di obbligazioni scambiate con rendimenti inferiori al tasso di deposito della BCE, facendo aumentale i titoli idonei ai fini del programma. Infine, non riteniamo che l’attività economica, l’aumento dei prezzi e le attese d’inflazione siano abbastanza vivaci da giustificare una stretta sull’allentamento in tempi brevi. L’inflazione core allo 0,8% su base annua mostra che l’obiettivo fissato dalla BCE – lievemente inferiore al 2% – è ancora lontano, mentre le attese d’inflazione a lungo termine all’1,37% si sono allontanate di poco dai minimi storici dell’1,25%. Per adesso, dunque, qualunque considerazione sul ridimensionamento del QE pare prematura. Naturalmente, il programma sarà gradualmente ridotto quando l’allentamento non sarà più necessario, ma a nostro avviso al momento i prezzi al consumo crescono troppo lentamente per far sentire la BCE al sicuro da minacce di deflazione – come conferma il livello basso delle attese d’inflazione.

FEDERAL RESERVE: I DATI SULL’OCCUPAZIONE CONFERMANO LE INTENZIONI DI RIALZO – I 156.000 nuovi posti di lavoro creati in settembre sono risultati inferiori alle attese, facendo segnare un netto rallentamento rispetto ai quattro mesi precedenti. Tuttavia, riteniamo che nel complesso il rapporto sull’occupazione non sia peggiorato in misura tale da modificare le attese dei mercati rispetto alla politica monetaria degli USA. Nelle ultime settimane la probabilità di un rialzo dei tassi a dicembre è salita al 64%, ma questo dato non ha ancora pienamente integrato il rapporto sull’occupazione di settembre, spiega van Leenders. La disoccupazione è lievemente salita – attestandosi al 5% – ma tale andamento è riconducibile all’aumento del tasso di partecipazione al mercato del lavoro, che rappresenta un fattore positivo. Il rialzo delle retribuzioni orarie medie è stato il più consistente dal gennaio 2010. Qualora l’inflazione salariale in questo ciclo arrivasse al punto di svolta a un livello più basso – dato che le imprese assumono a rilento per difendere i profitti – ciò dovrebbe indurre la Federal Reserve a muoversi con cautela. Tuttavia, per il momento l’aumento dei salari conforta le intenzioni della banca centrale di alzare i tassi a dicembre.

PAESI EMERGENTI: STABILIZZAZIONE IN CINA, FRENA L’INFLAZIONE IN BRASILE – L’economia cinese si sta stabilizzando. Il PMI manifatturiero ufficiale ha registrato un lieve miglioramento rispetto ai livelli osservati nel corso del 2015 e agli inizi del 2016. Aggregando il dato l’ufficiale con il PMI elaborato da Markit, l’indice “super-composito” che ne risulta è rimasto invariato per tre mesi consecutivi. Ciò lascia pensare che i PMI si siano stabilizzati a livelli piuttosto modesti. Il rischio principale – da tenere sotto controllo – è che l’economia si indebolisca di pari passo con l’affievolirsi dei forti stimoli monetari e fiscali, aggiunge van Leenders. In Brasile, alcuni indicatori hanno iniziato a migliorare. Il real negli ultimi tempi si è rafforzato, mentre il Cyclical Leading Indicator elaborato dall’OCSE per questo paese ha beneficiato di un netto miglioramento. Tuttavia, le famiglie sono penalizzate dal calo dell’occupazione e dei salari, mentre il credito si sta contraendo. Inoltre, è probabile che l’esigenza di misure di austerità possa ostacolare ulteriormente l’eventuale ripresa. A nostro avviso, vi sono le condizioni per un taglio dei tassi di riferimento, e un intervento in tal senso potrebbe arrivare dopo la prossima riunione dei vertici della banca centrale prevista per il 19 ottobre.

ALLOCAZIONE DEGLI ATTIVI: FLUTTUAZIONI VALUTARIE – Due valute in particolare sono finite in primo piano la settimana scorsa: la sterlina inglese e il peso messicano (cfr. grafico). Le posizioni iniziali della Gran Bretagna nel negoziato per uscire dall’UE sembrano essersi irrigidite e i mercati valutari ne hanno preso atto. La moneta britannica si è bruscamente deprezzata, e dunque abbiamo liquidato troppo in fretta la posizione short in sterline rispetto al dollaro. Tale andamento, tuttavia, ha ribadito la validità dei nostri timori per le incertezze politiche e finanziarie che peseranno sugli investimenti delle imprese e sull’economia del Regno Unito, fa notare il chief economist. In linea con l’andamento di molte valute dei paesi emergenti il peso si è deprezzato nel corso del 2015 a causa del ribasso del greggio e dell’eventualità di un rialzo dei tassi negli USA, nonché del rallentamento della crescita in Cina e dell’interscambio commerciale a livello globale. Tuttavia, mentre le altre monete emergenti si sono poi stabilizzate o rafforzate, il peso è sceso ulteriormente. I mercati infatti hanno ritenuto che le idee di Donald Trump rappresentassero un pericolo per i rapporti commerciali tra gli Stati Uniti e il Messico, che in particolare avrebbe potuto essere penalizzato anche da un calo delle rimesse. Tuttavia, dopo che Hillary Clinton è passata in vantaggio nei sondaggi, il peso ha recuperato. Tali fluttuazioni lasciano pensare che la moneta messicana rappresenti l’indicatore principale delle previsioni dei mercati sull’’esito delle elezioni negli USA. Un peso forte dovrebbe raffreddare le prospettive di un ulteriore rialzo dei tassi in Messico, anche perché l’attività economica sta rallentando.

DATI USA INFERIORI ALLE ATTESE – Negli USA, i primi dati relativi agli utili societari del terzo trimestre sono risultati inferiori alle attese, ma le stime prevedono una crescita vicina allo zero degli utili per azione. È probabile dunque che delle aspettative tanto modeste risultino poi inferiori ai dati reali, ma, se si considerano le previsioni per l’anno venturo, il livello è più alto. In effetti, anche noi prevediamo che le prospettive per gli utili delle società siano in lieve miglioramento, ma riteniamo anche che gli attuali multipli di mercato delle azioni USA non siano particolarmente interessanti. Fatta questa premessa, possiamo precisare che il sottopeso nel comparto azionario internazionale è più accentuato in Europa, che presenta prospettive reddituali peggiori e rischi persistenti legati alla situazione politica, conclude van Leenders.

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