Schroders: è di nuovo tempo di obbligazioni legate all’inflazione?

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Le autorità hanno iniziato a guardare alla possibilità di attuare politiche fiscali espansive per stimolare l’economia, spiega Michael Lake.

Chiara Merico di Chiara Merico18 ottobre 2016 | 13:04

POLITICHE FISCALI ESPANSIVE IN VISTA – Le politiche monetarie ultra accomodanti hanno gonfiato i prezzi degli asset, ma hanno avuto un impatto modesto sui consumi di beni e servizi. In combinazione con il calo dei prezzi delle materie prime, e specialmente del petrolio, ciò ha spinto l’inflazione a livelli artificialmente bassi, spiega Michael Lake, cfa e investment director multi-sector fixed income di Schroders. Di conseguenza, le attese di mercato sull’inflazione futura sono scese e gli operatori hanno tratto profitto dagli ulteriori stimoli monetari, grazie all’esposizione ai bond nominali, saliti di valore mentre i tassi di interesse sono rimasti vicino o sotto lo zero. Tuttavia, le politiche monetarie sono state impiegate eccessivamente, rivelandosi in molti casi inefficaci. Le autorità hanno quindi iniziato a guardare alla possibilità di attuare politiche fiscali espansive per stimolare l’economia. Probabilmente, un’espansione fiscale su ampia scala comporterebbe un aumento della spesa pubblica o tagli alle tasse: ciò influenzerebbe la domanda finale stimolando direttamente l’economia tramite lo sviluppo di risorse infrastrutturali. Tali misure saranno probabilmente inflative e potrebbero essere una manna per le obbligazioni legate all’inflazione. La domanda è: prima di investire, bisogna aspettare che tali misure siano annunciate concretamente?

LE ATTESE SULL’INFLAZIONE – I bond legati all’inflazione pagano un rendimento calcolato in base ai dati ufficiali sull’inflazione. Tuttavia, la domanda di questo tipo di titoli è trainata dalle attese sull’inflazione futura. Attualmente, i mercati finanziari incorporano bassi livelli di inflazione nel medio termine. A nostro avviso, si tratta di un’opportunità: nel caso in cui le attese sull’inflazione dovessero salire – e noi riteniamo che ciò potrebbe accadere – gli investitori attivi potrebbero trarne vantaggio, aggiunge Lake. Componente chiave dell’inflazione e uno dei principali driver dei suoi bassi livelli negli ultimi anni è il prezzo dell’energia, soprattutto il petrolio, crollato di oltre il 60% da metà 2014 a inizio 2016. Poiché l’inflazione è calcolata su 12 mesi rolling, l’impatto del calo del prezzo del greggio diminuisce con il passare del tempo, sempre che tale tendenza ribassista non prosegua. In effetti, dai livelli molto bassi toccati a inizio 2016 il petrolio è rimbalzato di più del 50% e l’impatto del calo del prezzo svanirà dal periodo di calcolo nel primo trimestre del 2017. L’inflazione core, che esclude i prezzi energetici, è attualmente più elevata di quella principale e via via che l’effetto base uscirà dal periodo di calcolo, l’inflazione principale dovrebbe iniziare a convergere sui suoi livelli. Sebbene l’impatto meccanico delle variazioni dei prezzi energetici e l’importanza delle considerazioni temporali nel calcolo dell’indicatore siano aspetti importanti, da soli non bastano per sostenere l’idea di un aumento dell’inflazione sostenibile e di lungo termine.

SERVE UN AUMENTO DELLA DOMANDA – Sono sempre più i segnali di un aumento delle pressioni inflative globali: i prezzi delle materie prime, i prezzi degli input e il miglioramento del mercato del lavoro contribuiscono tutti all’incremento delle preoccupazioni sulla potenziale inflazione futura. Tuttavia, per poter vedere un rialzo sostanziale dell’inflazione dovremmo vedere un tipo di espansione della domanda di beni e servizi legato a un incremento della spesa pubblica. Analogamente, il recente shock post-Brexit, che ha portato a un aumento delle attese sull’inflazione britannica a causa della sterlina più debole e quindi della più elevata “inflazione importata”, ha inoltre portato a una minor austerità da parte del governo di Londra, che ora sta discutendo apertamente le prospettive di un intervento pubblico diretto a stimolo dell’economia. In Europa il presidente della BCE, Mario Draghi, auspica regolarmente riforme strutturali per stimolare l’economia, mentre la Bank of Japan ha affermato che punterà a superare il target sull’inflazione. Intanto, con le elezioni presidenziali americane sempre più vicine, le politiche abbracciate sia dal candidato repubblicano sia da quello democratico sono, di per sé, espansive. Per questi motivi, quindi, i fattori tecnici e quelli legati alle politiche pubbliche che guidano le aspettative sull’inflazione sembrano convergere. Gli investitori che continuano a trascurare le asset class legate all’inflazione stanno dunque escludendo dalla propria gamma di opportunità una fonte di ritorni potenzialmente importante, conclude Lake.

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