Consultinvest: buone e cattive notizie sull’Italia

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La nuova analisi di Consultinvest si concentra sull’Italia facendo il punto sulle notizie buone e meno buone.

di Redazione4 ottobre 2017 | 15:12

Il 23 settembre il governo italiano ha presentato l’aggiornamento al Def 2017. Due le novità e gli aspetti positivi: viene preso atto di una crescita economica reale positiva e più sostenuta rispetto alle previsioni dello scorso aprile; la manovra 2018 sarà meno restrittiva di quanto indicato in precedenza nel Def primaverile grazie ad una maggiore flessibilità che la Commissione europea ci ha accordato. Ma non è tutto rose e fiori: la minore restrizione non segna ovviamente la fine di una politica fiscale restrittiva che invece ci sarà e che, in assenza di misure specifiche, potrebbe essere ancora insufficiente ad abbattere in modo significativo il rapporto debito/Pil. Quella che segue è l’analisi di Consultinvest.

Le buone notizie. La crescita reale italiana è rivista al rialzo. A partire già da quella attesa per il 2017, che sale al 1,5% dal +1% stimato in aprile, per arrivare a quella tendenziale del biennio 2018-2019 che passa da un iniziale +1,2% a un +1,5%. Traspare quindi ottimismo dal Def anche grazie ai segnali di ripresa internazionali, ma non solo. Si vede riprendere anche la domanda interna per la componente molto sensibile ai tassi d’interesse: ad esempio le Auto, con le immatricolazioni in crescita a doppia cifra, ma anche il settore immobiliare di alcune aree cittadine. Si vede anche un positivo contribuito che arriva dalle riforme strutturali come quelle sulla giustizia, istruzione, pubblica amministrazione, mercato del lavoro, concorrenza, industria 4.0 e procedure fallimentari. Misure che il governo crede possano portare nel prossimo quinquennio ad un aumento strutturale del Pil di 2,9 punti percentuali (poco più di un 0,5% per anno) portando potenzialmente al 2% la crescita tendenziale.

Infine ci si aspettano contributi positivi anche dagli investimenti pubblici destinati ad aumentare in termini nominali del +6,2% nel 2018 (dopo il misero +0,4% del 2017), contribuendo così a un +0,14% di Pil destinato a salire ancora nel biennio successivo. Tuttavia, pur condividendo l’esistenza di tutti questi fattori positivi che rendono credibile il raggiungimento del target di crescita reale del +1,5% per il prossimo biennio, qualche perplessità rimane sull’entità della crescita nominale del Pil, ovvero sull’inflazione o sulla stima del deflatore, che riveste particolare importanza per la stabilizzazione del rapporto debito/Pil su cui l’Italia si confronta per le possibili procedure d’infrazione del Patto di Stabilità.

Le stime del governo vedono il deflatore del Pil salire al +1,6% nel 2018 e al +1,9% nel 2019 dal modesto +0,6% del 2017 con la componente dei consumi che salirebbe del +1,4% e del +1,9%. Si tratta di un rialzo dei prezzi forse un po’ troppo marcato, per lo meno nel 2018 alla luce dell’ipotesi di sostituzione dei programmati aumenti dell’Iva, dell’aumento dell’euro e dell’ancora depresso trend generale dei prezzi nella Ue. Ma con tali stime il governo può permettersi di proiettare una buona crescita Nominale al +3,1% e un +3,4% per 2018 e 2019. Sulla manovra di bilancio 2018, come detto, le scelte vanno nella direzione di un consolidamento fiscale più soft rispetto alle indicazioni di aprile. Il governo si pone l’obiettivo di un aggiustamento strutturale meno deciso, ovvero del +0,3% del Pil rispetto a un +1% indicato in precedenza sotto le pressioni della Commissione Ue. Si è infatti deciso, fruttando un’insperata finestra di opportunità creatasi in Europa nelle scorse settimane con la vittoria di Macron e con l’immobilismo pre-elettorale della Germania, di giocare la carta del massimo livello di flessibilità fiscale che poteva esserci concessa dalla Ue. La ratio è semplice: nella misura in cui il freno fiscale morderà di meno – anche in termini di aspettative – la crescita economica accelererà e il debito risulterà più sostenibile.

Questa minore restrizione, figlia di una fase pre-elettorale, si concretizza nella decisione di forzare un’inversione nel trend di compressione del deficit nominale: si passa cioè da un deficit tendenziale (cioè in assenza di correttivi) del 1% del Pil a uno programmato del 1,6% per il 2018 (con analoghi allentamenti anche per il deficit strutturale); e da un avanzo primario inizialmente atteso a +2,6% del Pil a un avanzo del +2%. Si decide cioè di creare un +0,6% di Pil di minore restrizione che si propaga anche al 2019 e che consente comunque nel 2020 di avere un deficit sostanzialmente a zero, sia a livello nominale che strutturale. E fin qui le buone notizie. Infatti come detto già per il 2018 nonostante l’allentamento sul deficit l’impatto fiscale sarà comunque e complessivamente restrittivo, e non di poco. Una restrizione che, in assenza di livelli d’inflazione elevata o di interventi specifici sul debito, l’Italia è destinata a trascinarsi dietro per anni.

Le notizie meno buone. L’impatto fiscale restrittivo sarà comunque di almeno un +0.5% del Pil, già a partire dal 2018. L’avanzo primario (nettata la spesa per interessi) passerà da un +1,7% del 2017 al +2% del 2018, mentre la spesa per interessi scenderà di un 0,2% (per un effetto totale di +0,5% di Pil). Poi si proseguirà con avanzi primari anche più forti negli anni seguenti, salendo al +2,6% del 2019 e al +3,3% del 2020 in modo da centrare il pareggio di Bilancio. Per il 2018 c’è da neutralizzare un impopolare aumento dell’Iva che pesa per un 0,9% di Pil (ovvero 15,7 miliardi di euro). Neutralizzazione che vuole dire che la misura fiscale sarà solo sostituita da altre nel 2018: si parla di un 0,15% di Pil tra tagli di spesa e un 0,35% di maggiori entrate derivanti dalla lotta all’evasione. E non è ancora chiaro se poi dal 2019 scatterà comunque l’aumento. Morale: più margine di manovra sul deficit non significherà la fine della restrizione fiscale, che invece aumenterà ancora. Vedremo poi se al Senato – dove il governo non ha la maggioranza e dove si discute anche di legge elettorale – il governo riuscirà ad approvarla senza porre la fiducia. L’altro aspetto negativo è che la tanto attesa significativa riduzione del debito/Pil rischia di non esserci. Scegliendo di non avere azioni specifiche sul debito il governo stima che si possa scendere dal 131,6% del 2017 al 130% del 2018 e poi al 123,9% nel 2020 – sempre e solo per effetto della crescita economica e dei sostanziosi avanzi primari.

Tuttavia sul debito e deficit pesano anche le misure prese a sostegno del sistema bancario e il modo in cui verranno contabilizzate. Le misure del cosiddetto Salva Banche, 20 miliardi di euro utilizzate finora per un totale di 10,2 miliardi di euro (0,6% del Pil), con i 4,8 miliardi di euro per Banca Intesa e i 5,4 miliardi di euro per Mps, sono già state imputate a Debito nel 2017. Dei restanti 9,8 miliardi di euro (0,5% del Pil) non sappiamo ancora se saranno utilizzati e se e come saranno imputati se a deficit o a debito nel 2017. In pole position ci sono ovviamente le perdite derivanti dai 18 miliardi di euro di npl lordi di difficile recupero delle banche venete che transiteranno alla Sga del Tesoro (1,1 miliardi di euro potrebbero essere già quelli inesigibili). Qualora il saldo del Salva Risparmio fosse imputato al 2017 annullerebbe subito il faticoso ribasso del rapporto debito/Pil conseguito quest’anno (era 132% nel 2016). Quindi il trend di ribasso del rapporto debito/Pil non pare essere ancora nei programmi di Governo e quindi rimane ampiamente “sub-judice”, sostanzialmente guidato o condizionato da interventi sporadici e non de un trend destinato a rimanere nel tempo se non al costo di un rilevante avanzo primario (vicino al 3,5% del Pil – nel 2015 è stato del +1,5%).

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