Allianz GI: nella disruption generale, la gestione attiva è fondamentale

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I gestori di Allianz Global Investors mettono a fuoco tre tipi di disruption: tecnologica, politica e nel campo degli investimenti.

Maria Paulucci di Maria Paulucci12 ottobre 2017 | 08:31

La “disruption creatrice” – espressione ispirata alla “distruzione creatrice” di Schumpeter – è stato il tema ricorrente dell’ultimo Investment Forum di Allianz Global Investors. Questa volta il Forum ha trattato tre tipi di disruption: tecnologica, politica e nel campo degli investimenti. A fare il punto è Hans-Jörg Naumer, global head of capital markets & thematic research di Allianz Global Investors. La disruption tecnologica parte dalla constatazione che il tasso di crescita della produttività nelle economie avanzate e in quelle emergenti è in calo ormai da qualche tempo, nonostante il progresso tecnologico. Gli studiosi concordano sul fatto che il reale aumento della produttività potrebbe essere sottostimato, ma la tendenza ribassista troverebbe comunque conferma.

E poi c’è la disruption politica. “Pensiamo solo alla deglobalizzazione e alla crescente multipolarità del nostro mondo. La disruption politica è una conseguenza di quella tecnologica. L’innovazione tecnologica sta trasformando il mercato del lavoro, come risulta evidente dai trend salariali e occupazionali. La Oxford University stima che circa il 50% di tutte le occupazioni è interessato dall’automazione. Lo studio non è infallibile, soprattutto perché non tiene conto delle nuove opportunità di lavoro, ma dà un’idea chiara dell’impatto che può avere la disruption creatrice. La storia dell’umanità è stata caratterizzata dai conflitti sulla distribuzione delle risorse: con ogni probabilità sarà così anche in futuro”.

La disruption è inoltre visibile nel campo degli investimenti. “In un mondo in continuo cambiamento, le soluzioni di investimento tradizionali che guardano al passato, come gli etf, rischiano di diventare obsolete. È per esempio significativo osservare come oggi la permanenza media dei titoli azionari nell’indice S&P 500 sia solo di 12 anni, mentre agli inizi degli anni ’60 era pari a 60 anni. Probabilmente i miglioramenti a livello di crescita della produttività richiederanno tempo, e dipenderanno dalla diffusione su ampia scala delle nuove tecnologie, finora adottate solo da società all’avanguardia”.

Le pressioni inflazionistiche restano contenute, così come il rischio di deflazione, soprattutto poiché l’amministrazione Trump, nelle fasi finali del ciclo di crescita economica americana, porta avanti una politica fiscale di tipo keynesiano. In tale contesto, le banche centrali hanno valide ragioni per “togliere il piede dall’acceleratore”. La svolta in atto della politica monetaria risulterà sempre più evidente nel caso della Federal Reserve e probabilmente anche della Banca centrale europea, che però ha tempi decisamente più lunghi. “La disruption sul fronte geopolitico e monetario potrebbe generare volatilità sui mercati, mentre le obbligazioni governative continueranno a offrire rendimenti pari a zero, se non negativi. Quindi l’unico modo per ottenere rendimenti reali positivi è assumere rischi calcolati. La gestione attiva è fondamentale”.

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