Consultinvest: un meeting Opec molto importante

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Secondo la società guidata da Maurizio Vitolo, negli ultimi anni il tasso di aumento dell’offerta globale è stato superiore a quello della domanda, a causa della ridotta crescita economica globale e della forte espansione della produzione USA.

Chiara Merico di Chiara Merico30 novembre 2016 | 07:35

OCCHI PUNTATI SU VIENNA – Si tiene oggi a Vienna la riunione in cui l’Opec cercherà di siglare un accordo sulle quote produttive con l’obiettivo di stabilizzare il prezzo del petrolio. Negli ultimi anni il tasso di aumento dell’offerta globale è stato superiore a quello della domanda, a causa della ridotta crescita economica globale e della forte espansione della produzione USA, spiega una nota di Consultinvest, la società guidata da Maurizio Vitolo. Ciò ha prodotto eccedenze nell’offerta rispetto alla domanda, portando al dimezzamento del prezzo del barile nel giro di un biennio. Questa drammatica riduzione di prezzo ha messo fuori mercato molte nuove produzioni (ad esempio quelle del Nord America che cubano il 19% dell’offerta globale) e limitato le produzioni di quelle marine ad elevata profondità. Quindi le dinamiche di domanda e offerta hanno iniziato ad avviarsi verso un maggior equilibrio che vedrà la domanda di Petrolio nel 2016 essere pari a 94,4 milioni di barili per giorno (Mbd) contro un’offerta di 95 (intesa come petrolio più gas naturale liquefatto). A bocce ferme il 2017 dovrebbe vedere un leggero aumento dell’offerta a 95,3 Mbd con una domanda che potrebbe collocarsi a 95,55 Mbd. Uno sbilancio accorciato che, a causa l’esistenza di grandi scorte accumulatesi nel corso degli ultimi due anni, potrebbe non bastare a stabilizzare il mercato. E’ così evidente che un accordo per congelare le quote o per ridurle sarebbe utile a ribaltare i rapporti di forza tra offerta e domanda favorendo una stabilizzazione o addirittura un mini rally che potrebbe portare il prezzo al barile anche sopra i 55 $. Tuttavia questo accordo sembra molto difficile. Infatti se ne parla già dalla scorsa primavera, con un turbinio di incontri che però non ha portato a nulla se non ad una violenta speculazione di mercato che ha fatto oscillare violentemente i prezzi dai 28$ al barile ai 51$ in pochi mesi a seconda di quale scenario fosse ritenuto più probabile sulla base di mere esternazioni da parte dei Paesi coinvolti nelle discussioni informali.

PERSO IL CONTROLLO SUGLI EQUILIBRI DI MERCATO – Il dato di fatto è che l’Opec è ben conscio di aver perso molto potere sul controllo degli equilibri di mercato. Infatti oggi la sua produzione conta solo per un 41% del totale, essendosi affiancata in forze negli ultimi anni quella di altri Paesi non membri come USA, Canada, Russia e Cina. Quella USA non solo si è avvicinata a quella dell’Arabia Saudita (a Giugno 2015 è stata di 9,5 Mbd, per poi scendere agli 8,7 Mbd attuali) ma risulta essere estremamente flessibile, riuscendo ad aumentare o ridurre la propria produzione in funzione del livello dei prezzi di mercato in un modo molto più dinamico rispetto ad altre produzioni. Ciò è possibile dato che i produttori USA sono mediamente piccoli ma dotati di una tecnologia estrattiva di prim’ordine che consente una continua riduzione dei costi estrattivi: oggi si stima che la produzione di petrolio USA da Shale abbia un costo medio di estrazione scesa mediamente tra i 50 e i 60 $ al barile e che possa essere ancora comprimibile nel medio termine. Quindi oggi il vero produttore marginale, ovvero quello in grado di influenzare il prezzo globale del petrolio, sono diventati gli USA e non più l’Arabia Saudita, prosegue la nota. Tuttavia poiché l’OPEC ha i costi produttivi più bassi in assoluto (sotto i 30$ si stima) e ampie riserve, può pensare di avere ancora il potere di influire sui prezzi, soprattutto in ottica di lungo termine. I Sauditi, ovvero quelli che hanno le maggiori riserve a basso costo, vogliono sfruttare questo loro vantaggio strutturale per spingere fuori dal mercato i produttori a più alto costo. Vogliono costringerli a tagliare gl’investimenti in modo che perdano quote di mercato nel futuro, dando modo all’Arabia Saudita di rientrare in controllo di prezzi di mercato. Si tratta di un’esigenza di recupero del controllo del mercato anche dettata da una certa urgenza finanziaria: il calo del prezzo del petrolio ha determinato una recessione in Arabia (-14% il calo del PIL Nominale nel 2015) e un forte aumento del suo deficit pubblico (giunto nel 2015 al 15% del PIL, pari a 96 miliardi di dollari dai 2,3 miliardi del 2014) che non è più sostenibile in una società che ormai vive solo di trasferimenti pubblici finanziati dalla ricchezza petrolifera e il cui collante sociale regge su di un progetto di sviluppo economico basato sulla riconversione settoriale oltre il petrolio ma che deve essere finanziata dai ricavi petroliferi. Quindi un accordo è di fondamentale importanza sia per i sauditi che per tutti gli altri produttori. Un mancato accordo potrebbe portare la speculazione a spingere i prezzi vicino o sotto i 40$ al barile rendendo difficile la situazione finanziaria per molti Paesi.

I MEMBRI NON ALLINEATI – Tuttavia proprio la minore forza di mercato del cartello OPEC ha dato maggiore coraggio ad alcuni suoi membri non allineati con i Sauditi, come gli Iran e l’Iraq, e a Paesi non OPEC, come la Russia, che hanno resistito alle proposte di collaborazione. Pare però che sia L’Iraq che la Russia possano essere pronti ad un accordo di limitazione delle quote ai livelli produttivi attuali (che sarebbe una riduzione se rapportati a quelli già programmati per il 2017). Quindi si nota una maggiore volontà di trovare una qualche forma di accordo. Se non ché l’Iran sembra intenzionato a tenere duro, volendo raggiungere i livelli produttivi pre-embargo prima di qualsiasi blocco o taglio produttivo. Proprio la divergenza di interessi economici e le divergenze politiche tra Iran e Sauditi sembrano essere l’ostacolo principale. Il raggiungimento di un accordo a Vienna sarebbe utile a stabilizzare il mercato petrolifero, soprattutto se sarà orientato verso il blocco della produzione piuttosto che la sua riduzione – che creerebbe nuova speculazione al rialzo. Infatti si può pensare che un accordo riuscirebbe a rimuovere un po’ di quell’incertezza che ha condizionato la forte volatilità del prezzo del petrolio negli ultimi mesi. Quanto agli impatti economici globali un prezzo del petrolio più stabile sarebbe funzionale a rendere più prevedibili non solo il trend del dollaro, ma anche quelli delle altre materie prime e quindi dell’inflazione globale. Una chiarezza utile in una fase delicata come l’attuale, dove le aspettative d’inflazione stanno alzando la testa solo sulla base di attese di una maggiore reflazione fiscale negli USA che deve ancora materializzarsi, conclude la nota.

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