Bnp Paribas Ip: dati economici e tensioni politiche frenano i mercati

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Lo scenario più probabile previsto dai nostri analisti in materia di crescita, inflazione e rendimenti obbligazionari è relativamente favorevole ma dovrebbe essere stato già ampiamente scontato dai mercati, spiega Joost van Leenders.

Chiara Merico di Chiara Merico19 gennaio 2017 | 08:59

FLESSIONE SUI MERCATI AZIONARI  – I mercati azionari sono in flessione e tale andamento pare riconducibile sia agli importanti sviluppi della politica internazionale sia agli influssi contrastanti dei dati economici, spiega Joost van Leenders, chief economist del team Multi asset solutions di Bnp Paribas Ip. Lo scenario più probabile previsto dai nostri analisti in materia di crescita, inflazione e rendimenti obbligazionari è relativamente favorevole ma al momento dovrebbe essere stato già ampiamente scontato dai mercati. Intanto i cosiddetti tail risk (ovvero i rischi più remoti, la cui probabilità si trova nelle “code” delle distribuzioni statistiche) stanno diventando più consistenti, mentre a nostro avviso i mercati continuano a privilegiare prospettive più favorevoli. Pertanto l’allocazione degli attivi resta improntata alla cautela.

LA POLITICA DI NUOVO IN PRIMO PIANO –  I mercati stanno analizzando le prospettive della Brexit in attesa del discorso del primo ministro britannico, Theresa May, che secondo le attese in settimana dovrebbe delineare le condizioni dell’addio del Regno Unito all’Unione europea. Secondo le indiscrezioni, May dovrebbe optare per un “hard Brexit”, ovvero per uno strappo secco con l’UE, che ridia al Regno Unito pieno controllo sull’immigrazione e lo sottragga alla giurisdizione della Corte di giustizia europea, ma che costerebbe l’accesso al mercato comune. Sinora queste voci hanno penalizzato soprattutto la sterlina inglese – scesa nei confronti dell’euro a meno di 1,14€ e contro il dollaro a circa 1,20$ – mentre l’economia del Regno Unito non ha risentito di particolari ricadute negative dopo il voto sulla Brexit e gli indici azionari britannici sono saliti a livelli record. Questa situazione potrebbe mutare in caso di hard Brexit ma al momento i listini del Regno Unito hanno registrato cali minori rispetto ad altri mercati europei, aggiunge van Leenders. Il presidente entrante USA Donald Trump ha rilasciato una serie di dichiarazioni abbastanza dure definendo la NATO obsoleta, offrendo un accordo sul nucleare alla Russia in cambio di una revoca delle sanzioni e minacciando imporre dazi doganali alle case automobilistiche che producono veicoli fuori degli Stati Uniti. Comunque Trump deve ancora svelare completamente i suoi piani per l’economia USA. Chiaramente i mercati stanno concentrando l’attenzione sulle proposte positive, come il taglio delle imposte sulle imprese o il trattamento fiscale favorevole per gli utili societari rimpatriati. Gli effetti degli sgravi tributari alle imprese per il momento non sono stati del tutto valutati, in quanto l’aliquota media pagata effettivamente da molte aziende è nettamente inferiore al tasso ufficiale a causa delle numerose possibilità di deduzione ed elusione fiscale. Una riduzione delle imposte potrebbe avvantaggiare le imprese più piccole, orientate verso il mercato interno, e per questa ragione il gestore le ha portate in sovrappeso in portafoglio. Secondo i nostri esperti, i profitti rimpatriati dalle società potrebbero essere impiegati per innalzare i dividendi o per effettuare riacquisti azionari che dovrebbero sostenere i mercati USA. Gli analisti, invece, tendono a escludere che questi capitali possano innescare un’impennata degli investimenti societari e, dal punto di vista macroeconomico, non ritengono positiva l’ingerenza di Trump nelle decisioni delle imprese. Tale approccio, infatti, è in grado di stimolare la crescita interna a breve ma comporterà anche un aumento dei costi e dei prezzi. In effetti, gli sgravi fiscali e l’aumento della spesa per le infrastrutture proposti da Trump intervengono in un’economia vicina alla piena capacità produttiva e, dunque, accentuano il rischio di un incremento di inflazione, tassi di interesse e rendimenti obbligazionari, precisa il chief economist. In Corea del Sud, le accuse di corruzione che hanno portato alla destituzione del primo ministro hanno ormai coinvolto anche la Samsung ma la portata complessiva dello scandalo per il momento non è ancora chiara. Negli ultimi tempi l’export ha registrato un miglioramento ma l’economia interna appare in ristagno: in particolare alcuni indicatori di fiducia delle imprese si attestano su livelli modesti, mentre la fiducia delle famiglie e la spesa al consumo paiono deboli. La settimana scorsa, la Banca di Corea non ha modificato i tassi di riferimento ma un allentamento monetario non è escluso.

USA: SPERANZE POSITIVE IN ATTESA DI CONFERME  – Negli USA, gli indici di fiducia di consumatori, società e imprese edili erano già in rialzo e a questo trend si sono agganciate anche le piccole imprese, sottolinea van Leenders. La fiducia di questo settore si era indebolita nel periodo precedente alle elezioni ma la flessione è stata recuperata in soli due mesi, mentre la fiducia dei consumatori – malgrado un lieve calo a gennaio – è ancora ai massimi post-recessione. Gli analisti si chiedono se le attese rilevate dagli indici riusciranno a tradursi in effetti positivi sull’economia reale. Al momento pare difficile ignorare i segnali fortemente favorevoli degli indicatori prospettici ma, al contempo, non è agevole individuare quali settori guideranno l’impennata della crescita. In effetti, il rialzo dell’indice NFIB non pare riconducibile principalmente agli investimenti reali effettuati dalle piccole imprese per espandere l’attività, mentre le vendite al dettaglio hanno fatto segnare dati contrastati in termini nominali e si sono indebolite in termini reali.

ZONA EURO: PRODUZIONE INDUSTRIALE FORTE IN LINEA COL TREND GLOBALE – Nell’area dell’euro la produzione industriale è risultata robusta, in sintonia con le indicazioni positive del PMI manifatturiero e con le nostre previsioni ottimistiche su quest’area. Tale andamento è stato trainato in particolare dall’attività in Germania, Francia, Italia, Paesi Bassi e Spagna, ma è riconducibile anche al miglioramento nel settore manifatturiero a livello globale. I miglioramenti nei paesi emergenti sono stati più evidenti in America Latina, dove il tasso di crescita è ancora negativo, ma in misura molto minore rispetto al passato, e in Asia, anche se più in linea con i tassi registrati negli ultimi anni. Abbiamo individuato due fattori di traino principali del settore manifatturiero globale ovvero il ciclo dei prodotti tecnologici in Asia e la correzione delle scorte di magazzino che dovrebbe interessare soprattutto gli Stati Uniti, aggiunge van Leenders.

CINA E PAESI EMERGENTI: TREND DIVERGENTI – I dati relativi all’espansione del credito in Cina hanno confermato gli andamenti passati: l’incremento è stato decisamente più robusto rispetto alla crescita nominale del PIL e in realtà ancora troppo elevato per non destare preoccupazione. Altri indicatori invece suggeriscono che l’economia potrebbe essere in frenata. La riduzione del credito agli enti locali e governativi implica che gli incentivi pubblici hanno toccato il punto di svolta cominciando a diminuire. Tale andamento dovrà essere attentamente monitorato per verificare se la crescita rallenterà effettivamente nel corso di quest’anno. Le esportazioni della Cina sono risultate inferiori alle attese e questo è parzialmente riconducibile alle fluttuazioni valutarie. Il miglioramento del volume dell’import-export registrato negli ultimi mesi è stato più lento del solito in questo periodo dell’anno. In effetti, i dati di gennaio e febbraio saranno distorti dalle festività del capodanno, ma sinora pare che l’interscambio commerciale non fornirà una spinta robusta all’economia.  In Brasile la banca centrale ha sorpreso i mercati con una riduzione dei tassi di riferimento più decisa del previsto. L’ultimo taglio è stato appena sufficiente a compensare il rialzo del tasso di riferimento (Selic) in termini reali determinato dalla frenata dell’inflazione tra novembre e dicembre. In altre parole, il Selic nominale è stato abbassato ma le attuali condizioni monetarie concedono dei margini di manovra alla banca centrale per intervenire ancora in un quadro economico caratterizzato dal ciclo negativo del credito e dell’occupazione. Il rallentamento dei prezzi al consumo sta agevolando il potere d’acquisto ed è positivo che la valuta non si sia indebolita dopo il taglio dei tassi, aggiunge van Leenders. I due paesi emergenti che stanno incontrando delle difficoltà sui mercati valutari sono Messico e Turchia. La valuta messicana al momento viene chiaramente penalizzata dalle parole di Trump che minaccia un aumento dei dazi doganali sui beni prodotti in Messico destinati al mercato USA. Inoltre, il Messico è uno dei pochi paesi ad aver registrato un calo della fiducia delle imprese negli ultimi tempi. Il deprezzamento del peso potrebbe indurre la banca centrale a inasprire ulteriormente la politica monetaria. In Turchia, un paese fortemente dipendente dai finanziamenti esteri, le turbolenze della situazione politica sia interna sia a livello regionale, hanno fatto crollare la valuta ai minimi storici. Inoltre, a causa delle pressioni dell’esecutivo per non innalzare i tassi d’interesse, non è facile per la banca centrale intervenire a difesa della valuta. Un inasprimento delle condizioni finanziarie interne per il momento ha frenato il crollo della lira ma dubitiamo che tale provvedimento basterà, soprattutto dopo il balzo dell’inflazione all’8,5% a dicembre.

I MERCATI FINANZIARI SEGNANO IL PASSO – Sebbene gli indicatori elaborati dai nostri analisti non abbiano rilevato un calo della propensione al rischio, il rialzo degli indici azionari ha segnato il passo. Questa frenata non dovrebbe rappresentare una sorpresa dopo i forti rialzi registrati su gran parte dei principali mercati negli ultimi tempi e le notizie di natura politica che gli operatori hanno dovuto assorbire, rimarca van Leenders. In Giappone l’inversione della tendenza al deprezzamento dello yen ha penalizzato gli indici azionari, mentre in Cina le azioni hanno perduto terreno a causa delle turbolenze sui mercati obbligazionari e monetari. Tali tensioni sono state innescate dagli interventi del governo per accelerare il ritmo dei collocamenti pubblici in borsa che potrebbero provocare difficoltà sul fronte della liquidità necessaria per sostenerli. In un contesto più ampio, tale andamento è in linea con le nostre valutazioni di una Cina che sta incontrando delle difficoltà a finanziare l’esplosione del debito. Negli Stati Uniti la pubblicazione degli utili societari è entrata nel vivo con la diffusione dei dati da parte delle banche più importanti: in generale i profitti si sono rivelati superiori alle attese, trainati soprattutto dalle negoziazioni nel comparto obbligazionario e sui mercati valutari. Le attese degli analisti per l’ultimo trimestre dell’anno erano lievemente più alte ma ancora abbastanza abbordabili da consentire sorprese positive. Tuttavia alla luce dei fattori negativi – rialzo del dollaro, multipli elevati e accentuazione dei tail risk – tendiamo a escludere che i profitti societari saranno in grado di spingere le azioni molto più in alto nei prossimi mesi e, pertanto, manteniamo il sottopeso sui mercati dei paesi avanzati. Gli spread sul debito dei paesi emergenti hanno registrato una contrazione. Tale andamento pare riconducibile al calo delle operazioni innescate dall’effetto Trump, basate sull’idea che un’accelerazione di crescita e prezzi al consumo sarebbe positiva per azioni e materie prime e negativa per titoli di Stato e attivi emergenti. Invece gli spread sui titoli societari sono apparsi più stabili dato che sono già su livelli abbastanza bassi. Nel segmento dei titoli di Stato abbiamo liquidato il sovrappeso dei Treasury rispetto ai titoli di Stato della zona euro. In Europa i rischi di natura politica permangono ma ormai il referendum in Italia è passato senza grandi conseguenze e la decisione della BCE di prolungare il programma di acquisti sino a fine anno attenua le tensioni. Infine, tenuto conto della dinamica dell’inflazione e delle ingenti posizioni short negli USA, riteniamo che i rendimenti obbligazionari dei titoli statunitensi dispongano di margini di rialzo limitati.

 

 

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