Ancora molto lavoro da fare sui fondi pensione

A
A
A

Nel primo anno di attuazione della riforma, gli iscritti ai fondi pensione sono aumentati del 43,2 per cento. Un risultato positivo. Ma l’adesione riguarda ancora una minoranza dei lavoratori dipendenti del settore privato. Ed è particolarmente carente tra i segmenti a basso reddito della popolazione. Informazione sul primo pilastro, profilo fiscale, struttura dell’offerta, educazione previdenziale e codice di autodisciplina sono gli elementi dai quali partire per favorire un piio sviluppo della previdenza complementare nel nostro paese.

di Redazione27 giugno 2008 | 16:00

Le statistiche aggiornate a fine 2007 presentate nella recente relazione della Covip indicano che dopo il primo anno di attuazione della riforma del settore, gli iscritti ai fondi pensione sono aumentati del 43,2 per cento. In particolare, tra i lavoratori dipendenti del settore privato sono aumentati di oltre 1,2 milioni, circa il 60 per cento in più rispetto al 2006.


CHI SCEGLIE I FONDI

Nonostante tali risultati siano senza dubbio positivi, l’adesione ai fondi pensione riguarda ancora una minoranza dei lavoratori dipendenti del settore privato: poco meno di tre milioni e mezzo gli iscritti su 12,2 milioni di potenziali aderenti.

Ma i nuovi dati di cui disponiamo forniscono una serie di ulteriori elementi di valutazione:

   1. soltanto il 15 per cento degli iscritti risiede nelle regioni meridionali (contro il 23 per cento degli occupati), mentre gli iscritti residenti nelle regioni settentrionali sono pari al 64 per cento (contro il 57 per cento degli occupati);

   2. nelle aziende sopra i 50 dipendenti il tasso di adesione è pari al 42 per cento, mentre in quelle al di sotto della soglia si attesta al 12 per cento;

   3. nei fondi aziendali e di gruppo il tasso di adesione è pari al 58,6 per cento;

   4. tra gli iscritti ai fondi pensione i giovani sono sottorappresentati: costituiscono il 36 per cento degli iscritti, contro il 39 per cento degli occupati;

   5. anche le donne sono sottorappresentate. Le iscritte ai fondi pensione sono il 37 per cento, contro il 40 della forza lavoro occupata;

   6. i fondi aperti ad adesione collettiva sono fermi a circa 189mila aderenti;

   7. il “conferimento tacito” non ha svolto la prevista missione salvifica (sono stati soltanto 70mila gli aderenti “silenti”).

Partendo dall’ultimo punto, si può dire che il ricorso al “conferimento tacito” un primo riferimento concreto lo abbia fornito: i lavoratori italiani sono stati chiamati a effettuare una scelta sulla destinazione del loro Tfr e la maggioranza ha liberamente manifestato una preferenza per il suo mantenimento in azienda. Ciò dovrebbe bastare per dissuadere dal riproporre l’introduzione dell’obbligatorietà del conferimento del Tfr ai fondi pensione, una misura che si configurerebbe obiettivamente priva del consenso della maggioranza dei destinatari. Al contempo, il risultato costituisce una sfida per quanti ritengono che l’adesione ai fondi pensione, nel quadro di un mercato regolato in modo efficiente e con le giuste tutele, sia una scelta conveniente per chi la compie.

Non abbiamo specifiche evidenze statistiche sulla distribuzione degli iscritti per fasce di reddito, ma alcuni tra i dati sopraindicati, in particolare quelli relativi alle adesioni delle donne, dei giovani e dei lavoratori delle piccole imprese, nonché al numero di iscritti residenti nelle aree meno sviluppate del paese, costituiscono una buona approssimazione e consentono di affermare che l’adesione alla previdenza complementare è ancora carente soprattutto tra i segmenti a basso reddito della popolazione italiana.

D’altronde, un approfondimento svolto per conto della Covip da un primario ente di ricerca, con particolare riferimento alle motivazioni dei lavoratori dipendenti che hanno scelto di non aderire ai fondi pensione, conferma che per larghe fasce della popolazione sono entrati in gioco fattori legati al basso livello del reddito e alla incertezza di mantenere il posto di lavoro, elementi cui in genere si associa una scarsa capacità di valutazione del futuro previdenziale, anche per ciò che attiene alla pensione di primo pilastro.


PER “CAMBIARE MARCIA”

Partendo da questi dati, è utile domandarsi quali potrebbero essere gli interventi capaci di innestare un cambiamento di marcia nello sviluppo della previdenza complementare nel nostro paese. Vediamone alcuni.

L’informazione sul primo pilastro. In primo luogo, dovrebbe essere fornita ai lavoratori italiani un’informazione istituzionale, chiara e attendibile, sulle aspettative di copertura pensionistica ricollegate al pilastro obbligatorio. In mancanza di tale informazione, la possibilità di effettuare valutazioni sull’effettivo bisogno previdenziale, e quindi sulla opportunità di ricorrere alla previdenza complementare, è ridotta ai minimi termini.

Il profilo fiscale. Oggi gli iscritti ai fondi pensione possono dedurre dal reddito complessivo dichiarato gli importi versati fino al concorso di circa 5.164 euro. È stato calcolato che il vantaggio fiscale derivante dalla deducibilità dei contributi versati per un lavoratore con un reddito annuo pari a 81mila euro è pari a 2.221 euro all’anno, mentre si riduce a 1.387 euro per un lavoratore con un reddito pari a 20mila euro, nell’ipotesi peraltro assai improbabile che riesca a versare 5mila euro di contributi. Una parziale sostituzione della deducibilità con la detraibilità, limitatamente a lavoratori a basso reddito o appartenenti alle classi di età più giovani, sarebbe non solo equa, ma anche efficace nel favorire la convenienza all’adesione per le categorie più svantaggiate.

La struttura dell’offerta. La scarsa adesione dei lavoratori della piccola impresa è in parte dovuta alla dispersione dell’offerta in un settore in cui operano fondi negoziali con enormi bacini di potenziali aderenti (spesso sovrapposti) e comunque non in grado di raggiungere capillarmente i milioni di posti di lavoro coinvolti. Si imporrebbe una riflessione da parte delle forze sociali sulla possibilità di razionalizzare l’offerta, riducendo drasticamente il numero dei fondi pensione e creando sinergie tra categorie di lavoratori “forti “ e categorie “deboli”. Certo, si tratterebbe di fare un sacrificio in termini di rappresentatività, ma questo aspetto sarebbe più che compensato da una maggiore capacità di penetrazione e dalle economie di scala che consentirebbero, tra l’altro, di migliorare un’organizzazione dei fondi che in molti casi è ancora alquanto insoddisfacente. Sforzo analogo potrebbe essere effettuato dai fondi aperti. Soltanto pochi  sono rivolti esclusivamente alle adesioni collettive, quasi che il sistema sconti una carenza di fiducia nelle capacità aggregative di tale strumento.

L’educazione. Una seria e impegnata campagna di educazione previdenziale con il coinvolgimento del sistema scolastico e di quello universitario dovrebbe vedere attivi, oltre alle amministrazioni pubbliche, anche a livello territoriale, tutti gli attori del sistema. Si è già dato conto in precedenti interventi di quanto è stato fatto in altri paesi, in alcuni dei quali si stanno ora realizzando le prime valutazioni ex post sui risultati dei programmi avviati. Più che “reinventare la ruota”, si potrebbe fare tesoro di tali importanti esperienze.

Il codice di autodisciplina. Si è già parlato in precedenti interventi anche dei costi dei fondi pensione. Finché esisteranno forme di previdenza integrativa che, pur se legittimamente collocate sul mercato, prevedano costi esorbitanti e tali da vanificare la “promessa previdenziale” sarà difficilissimo alimentare la fiducia nel sistema. E i suoi detrattori avranno potenti argomenti da spendere. Il varo di un codice di autodisciplina che metta a fuoco anche tale importante aspetto sarebbe un segnale rilevante da parte degli operatori di mercato di un nuovo corso e di una crescente consapevolezza circa la funzione sociale della previdenza complementare. La discussione sul tema della portabilità del contributo addizionale del datore di lavoro pare logicamente subordinata all’avvio di tale processo.

di Bruno Man
giatordi (Commissario Covip)

pubblicato su LaVoce.info

Share on Facebook0Tweet about this on Twitter0Share on LinkedIn0Email this to someonePrint this page

Non è possibile commentare.

ARTICOLI CORRELATI

Covip, fondi pensione meglio del Tfr

Fondi pensione, come cambia l’operatività

Fondi pensione – Covip: serve più trasparenza

Ti può anche interessare

Ubi Pramerica: come intercettare le opportunità sull’obbligazionario statunitense

La curva dei tassi Usa prezza al momento poco più di un rialzo dei tassi all’anno per i prossimi ...

Shopping a Bruxelles per La Française Real Estate Partners e AG Real Estate

La Française Real Estate Partners International ha acquisito il 60% di Belfius Bank & Insurance ...

Classifiche Bluerating: Nordea in testa tra i fondi della categoria Obbligazionari Euro – Corporate

Secondo le analisi di Bluerating basate su fondi della categoria Obbligazionari Euro - Corporate , ...