La lezione, le assenze

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Non è inutile chiedersi come avrebbe reagito un economista con l’esperienza di Guido Carli, con le conoscenze che egli aveva dei mercati e delle istituzioni, di fronte a una crisi come l’attuale.

di Private Banker27 febbraio 2009 | 09:00

Nel novembre del 1987 commentò in Senato il crollo borsistico avvenuto a New York nel mese  precedente, che aveva contagiato tutte le borse mondiali: scartate  le interpretazioni troppo vaghe, o  tecnicistiche, o moralistiche, egli  spiegò gli elementi strutturali della  crisi: «è impossibile la coesistenza  a tempo indeterminato di un elevato disavanzo del Governo  federale degli Stati Uniti, di tassi  di interesse stabili o sollecitati verso il basso, di un cambio del  dollaro stabile».

Lo stesso pragmatismo che, come ci ricorda Martin Wolf, Keynes oppose, nella  sua spiegazione della crisi del  1929, ai moralisti dell’epoca. Come per Keynes, come per Einaudi  che stigmatizzava i liberisti che  avevano fatto del liberismo una religione, anche per Carli (cito le  parole di Wolf) «i mercati non sono né infallibili né elementi di cui possiamo fare a meno.  Sono fattori indispensabili di una economia di produzione e della libertà  individuale, ma possono deteriorarsi  e devono quindi essere gestiti con estrema cura». In complesso, i risultati dell’azione di Carli furono consistenti.  Nell’anteguerra la quota degli intermediari non bancari sul totale delle passività finanziarie era inferiore a un terzo; nel 1963 superava  il 40%; divenne prevalente nel  1971 (anche se non dobbiamo dimenticare  che questi dati incorporano  il fenomeno della doppia intermediazione). 

Per quanto riguarda,  invece, gli investimenti, osserviamo  che lo stock di capitale fisso  industriale, valutato a prezzi  costanti del 1938, passò da 230  miliardi di lire nel 1950 a 345 nel  1960 a 766 nel 1970, con una  crescita media annua per ogni decennio  rispettivamente dello 0,7,  del 4,1 e dell’8,3%.  Guido Carli era scevro dall’economicismo:  i temi sociali furono  spesso oggetto della sua attenzione.  In un intervento alla Scuola  di guerra di Civitavecchia del 31  marzo 1969 constatò il progresso  economico che l’Italia aveva compiuto  negli anni ‘60, il mutamento  strutturale verso la modernità. Allo  stesso tempo, tuttavia, rilevò  un preoccupante aumento degli  squilibri. Gli squilibri non erano  solo intersettoriali, ma anche  territoriali: il divario tra Nord e  Sud era allora e rimane oggi una  delle preoccupazioni maggiori della  banca centrale. Lo sviluppo sociale,  infine, non stava procedendo  di pari passo con il progresso  economico: il fatto che alla periferia  di alcune delle città italiane  sorgano nuovi stabilimenti in alcuni  casi modernissimi, non significa  necessariamente che gli operai,  gli ingegneri, i tecnici che vi  lavorano trovino una scuola decente  per i propri figli, trovino un  ospedale, un ufficio postale ecc… 

L’Italia di Carli, fin dal primo dopoguerra,  fu un’Italia europea.  È logico che egli abbia coronato  la sua carriera politica, dovrei dire  la sua carriera tout court, con la  firma del trattato di Maastricht.  Se noi siamo quasi naturaliter cittadini dell’Europa e del mondo,  Carli lo fu per scelta, in un momento  in cui puntare le proprie  carte sull’apertura economica e  ideale dell’Italia presentava un  forte elemento di rischio.  Dopo cinque anni trascorsi alla  guida della banca centrale, egli riassunse  così la propria percezione  della strada fatta dall’Italia e  di quella da fare: nella prima Relazione  che ebbi l’onore di pronunziare  di fronte a questa assemblea,  concludevo costatando  che «la nostra economia è corsa  in avanti più celermente delle istituzioni  nelle quali essa si inquadra  ». Un quinquennio è trascorso  da allora; mutamenti profondi sono  avvenuti nella struttura della  società italiana; l’onda ciclica è  salita, è caduta, si è nuovamente  innalzata, ma attraverso di essa  si scorge la realtà di un progresso  ininterrotto al livello delle imprese,  dei sindacati, delle comunità  locali, mentre i riflessi di questa  realtà negli ordinamenti sembrano più pallidi e incerti, quasi il  segno di una non superata diffidenza  verso le idee moderne, di  una distaccata incredulità innanzi  a ciò che si va edificando. Nel  settore pubblico e in quello privato  dell’economia le imprese hanno  completato impianti che accolgono  le tecnologie più moderne e  attendono senza soste a introdurre  nuovi perfezionamenti organizzativi;  collegamenti vengono istituiti  fra le imprese dell’uno e dell’altro  settore e con imprese straniere;  le dimensioni vengono adeguate  alle esigenze di mercati in  continua espansione, mentre imprenditori  indipendenti, audaci fino  alla temerarietà, si impegnano  in un cimento nel quale il merito  o il demerito dell’azione si giudica  dai frutti che essa reca. 

Ripeto oggi le sue esatte parole:  «non sono sopite nel Paese forze  rigogliose che accettano le condizioni  nelle quali il genio dell’invenzione  si sviluppa in finezza sotto  la costrizione dell’aumento del rischio,  in un mercato che si estende  fino ai confini del mondo».  Chiunque abbia o possa avere responsabilità  di comando nella  sfera pubblica e nella sfera privata,  può creare lo spazio, intelligentemente  ordinato, perché queste  forze possano agire. Con l’urgenza,  la determinazione, la serietà  che la situazione attuale richiede.  Così renderemmo omaggio a  un grande italiano e a un grande  europeo.  Così il governatore della Banca d’Italia  Mario Draghi ha ricordato il  16 gennaio scorso la figura di Guido  Carli, grande economista e  grande politico, ma anche e sopratutto  grande italiano. Spiace constatare  che alla cerimonia in Via  Nazionale per presentare la raccolta  di studi di Carli non fosse presente  nessun politico, né di governo né dell’opposizione.

Segno dei  tempi magri che stiamo vivendo  nel mondo ma fors’anche e soprattutto  nel nostro Paese.


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