Aiaf, l’eredità della crisi

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L’associazione ha riunito esperti del settore finanziario per discutere le tematiche inerenti la crisi e la ripresa, in modo da fornire molteplici pareri sulle soluzioni utili a mantenere stabile il sistema e assicurare la ripresa.

di Giacomo Berdini15 dicembre 2009 | 10:00

Ieri, 14 dicembre, presso il Circolo della Stampa a palazzo Serbelloni, l’Associazione Italiana Analisti Finanziari (AIAF) ha riunito rappresentanti delle istituzioni ed esperti del mondo finanziario per fare il punto sui temi della regolamentazione e della stabilità dei mercati.
Alla conferenza erano presenti Gregorio De Felice, presidente dell’associazione, in funzione di moderatore, Francesco Cesarini, professore dell’Università Cattolica di Milano, Vittorio Conti, Commissario della Consob, Alessandro De Nicola, partner dello studio legale Orrick e Giovanni Sabatini, Direttore Generale dell’Abi.
Il dibattito si è incentrato sulle regole utili a garantire la stabilità dei mercati.

Il presidente dell’Aiaf ha inaugurato l’incontro con uno sconcertante elenco di cifre riguardo i costi enormi della crisi appena passata.
Secondo i dati forniti da De Felice le banche hanno perso circa 2800 miliardi di dollari, con un totale di 50 milioni di disoccupati in più nel mondo e, nel corso di due anni, una mancata crescita per 4200 miliardi di dollari.
A fronte di questa situazione le nuove norme prodotte ed effettive sono ancora poche, e su questo gli esperti intervenuti hanno incentrato i propri commenti.

Secondo il professor Cesarini la crisi è stata originata da “un lungo periodo di follia degli operatori”, e concentra le proprie proposte sulle fonti di liquidità, connessa strettamente con le Banche Centrali. Secondo il professore è necessario che le banche amplino le proprie riserve di liquidità obbligatorie, con una forte riduzione della monetizzazione di tale riserva.
Le regole dovrebbero essere più stringenti poiché, secondo il professore, lasciare il tutto alla discrezionalità delle banche porterebbe solo alla produzione di politiche non sostenibili, come quelle che hanno dato origine alla crisi.

De Nicola
si concentra invece sui controlli delle governante societarie. Secondo il professionista, il problema non sta nella mancanza di regole, ma anzi nella sovrabbondanza di norme e organismi di sorveglianza incapaci di sovrapporsi e agire in coordinazione.
“Abbiamo riscontrato che in una grande banca sono circa mille le persone occupate dai vari comitati di sorveglianza”, rivela De Nicola, “Le Termopili sono state difese da meno persone con maggior efficacia”, scherza infine l’avvocato.
Nella sede del Circolo della Stampa inoltre De Nicola parla dell’importanza che assume il valore della reputazione per gli operatori finanziari, e punge l’auditorio richiamando l’esigenza di una stampa più libera e mordace che sicuramente attuerebbe un maggiore controllo sul valore reputazionale del settore, il che costituirebbe un utile deterrente.

Per Conti, invece, le norme servono, soprattutto per tutelare i risparmiatori. Secondo il commissario Consob la crisi è un fallimento dei controlli pubblici, causato da norme incomplete e autorità incapaci di disciplinare il mercato: “I principi sono inutili se nel sistema ci sono persone senza principi”, lancia l’attacco Conti, “Servono normative più dure”.
Il messaggio dell’introduzione di nuove norme ha saputo stabilizzare il sistema, e di norme più complete, omogenee, e che riescano ad applicare principi internazionali senza escludere le particolarità nazionali esiste la reale esigenza.

Secondo Giovanni Sabatini il nodo si concentra sulla salvaguardia della crescita, mantenendo però alto il livello di trasparenza. La tutela del risparmio va effettuata tramite il controllo del processo di produzione, distribuzione e consulenza dei prodotti finanziari e, per far fronte a situazioni di emergenza, gli intermediari non dovrebbero unicamente rifarsi alle norme di sistema, ma prevedere autonomamente dei piani di emergenza.

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