Alla scoperta del capitale ibrido

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Bond che si trasformano in determinate condizioni in azioni. Con vantaggi per le banche

di Redazione31 marzo 2010 | 13:00

di Corrado Capacci

Le obbligazioni “contingent capital” rappresentano una nuova tipologia di capitale ibrido per le banche: si tratta in sostanza di obbligazioni che, in determinate circostanze, si trasformano in azioni. A differenza di molti tipi di obbligazioni convertibili, questa nuova forma di debito si converte in capitale di rischio solo in situazioni di particolare stress, se e quando un predeterminato livello di patrimonializzazione della banca (in termini di Core Tier 1 Ratio) viene violato.
Il primo istituto europeo ad aver lanciato questa nuova forma di capitale ibrido è stata Lloyds Bank, che ha offerto le ECN in concambio di obbligazioni Tier 1 esistenti. Queste nuove obbligazioni subordinate (Lower Tier 2), con data di scadenza e cedole obbligatorie, potranno essere automaticamente convertite in azioni Lloyds Banking Group al prezzo di 59,2 pence per azione se il Tier 1 ratio di Lloyds Bank scenderà sotto la soglia del 5% (attualmente intorno al 8,6%).
Attualmente le normative sulla patrimonializzazione delle banche impongono un Core Tier 1 di almeno il 4%, ma è importante sapere che sono in discussione a livello del comitato di Basilea (ed entreranno in vigore antro il 2012) variazioni per elevare questa soglia.
La ratio di questo strumento innovativo è che consente alla banca di avere disponibile, in caso di necessità, un aumento di capitale azionario senza dover ricorrere al mercato.
Ma la subordinazione degli ECN conta davvero? In realtà no.
Infatti il pagamento delle cedole e il rimborso del capitale degli ECN sono obbligatori e la subordinazione diventano importante solo in caso di messa in liquidazione dell’istituto. È evidente che con tutta probabilità gli ECN sarebbero convertiti in azioni prima di un’ipotetica liquidazione e pertanto occorre preoccuparsi della subordinazione solo se si pensa che la banca finirà per fallire.
In altre parole occorre ponderare l’investimento in modo tale che nella remota possibilità che il gruppo fallisca, un ipotetico azzeramento del valore dell’investimento non sia causa di un danno irreparabile al portafoglio.
Viceversa occorre focalizzarsi su quanto si potrebbe perdere se gli ECN fossero convertiti in azioni nel quadro di una ricapitalizzazione forzata della banca ma in assenza di fallimento.
L’articolo completo lo puoi trovare su Soldi,
in edicola in questi giorni

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