Posta del pf, commissioni bancarie, gli animi si scaldano

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E si rischia di dimenticare chi paga le tasse e potrebbe non arrivare a fine mese

di Redazione20 marzo 2012 | 09:12

Più passano i giorni, più il decreto sulla liberalizzazioni varato dal governo Monti sembra trasformarsi in una rete dalle ampie maglie. Così poche o nessuna novità riguarderà tassisti, farmacisti, liberi professionisti e assicurazioni, come pure dopo l’iniziale clamore sembrano essersi perse le tracce della ventilata nuova tassazione degli immobili non ecclesiastici detenuti dalla Chiesa. Al contrario, i vertici dell’Abi, dopo aver visto tagliate le commissioni bancarie su crediti, fidi e sconfinamenti, hanno reagito rassegnando per protesta le dimissioni e dando il via a un fuoco di fila che si propone di “emendare” quello che alcuni esponenti politici hanno chiamato un “errore tecnico”.

Gli italiani che pagano le tasse e faticano ad arrivare a fine mese sembrano apprezzare sempre meno tutta la retorica delle “liberalizzazioni” e temere che alla fine la montagna partorirà, se va bene, il solito topolino. A conferma della forza delle mille piccole e grandi lobby il cui operato a tutela dei rispettivi, per quanto legittimi, interessi è giudicato da più parti come uno dei motivi fondamentali per cui l’economia italiana in questi ultimi 20 anni è cresciuta in termini reali poco o nulla del tutto. Così non sorprende che qualche lettore di BLUERATING sul tema si dimostri alquanto irritato e nei commenti alla notizia che anziché cercare di emendare il testo del decreto liberalizzazioni i senatori più vicini alle banche italiane potrebbero cercare di intervenire sul testo del decreto fiscale sottolinei come siano “eccezionali le banche che temono di guadagnare poco.

Ditelo a mio padre”, continua il lettore che si firma “trottolino”, “a cui per anni hanno applicato interessi anatocistici” e finanche “usurai: prestato 1, incassato 4”. Tanto che al lettore viene il sospetto: “Forse non di sole commissioni vivono le banche?” Non appare convinto il presidente dimissionario dell’Abi Giuseppe Mussari, che continua a ritenere che così com’è stata pensata la norma “non stia in piedi” e che debba valere “solo come sanzione per chi non rispetta le regole”, mettendo da parte i pregiudizi.

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