Carmignac: la transizione opportunità per le gestioni attive

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Per il managing director Didier Saint-Georges i mercati attraversano una fase di grande incertezza.

Chiara Merico di Chiara Merico20 ottobre 2015 | 09:28

REAZIONE NEGATIVA ALLA FED – “Dalla nostra nota di settembre nulla di nuovo ha smentito la visione strategica già implementata nei nostri fondi – commenta Didier Saint-Georges, membro del comitato investimenti e managing director di Carmignac -. La reazione negativa dei mercati alla decisione della Fed di ‘non decidere’ in settembre è la chiara dimostrazione della difficile situazione in cui si trova la Banca Centrale statunitense. Dopo sei anni di politica di sostegno monetario senza precedenti, gli investitori da una parte temono l’inizio del processo di inasprimento monetario (timore che ha fatto fare un passo indietro a Janet Yellen), ma dall’altra guardano anche con diffidenza al mantenimento di condizioni monetarie straordinarie che, a giusto titolo, interpretano come la dimostrazione della loro stessa inefficacia sull’economia reale”.

FASE DI INCERTEZZA – “Entrati nel vivo della strategia di uscita dal quantitative easing, i mercati si avviano verso una fase di grande incertezza che segue sei anni nei quali sono stati sostenuti dalla fiducia nell’appoggio delle Banche Centrali – prosegue Saint-Georges – L’ipotesi di un ennesimo rafforzamento del sostegno monetario, in particolare nell’Eurozona e in Giappone, è realistica e potrebbe momentaneamente rinsaldare la fiducia degli investitori. Tuttavia, il mercato del credito inizia a deteriorarsi, complici il rallentamento economico globale – aggravato dal brusco ribilanciamento dell’economia cinese – e le pressioni deflazionistiche che lo accompagnano. Dagli Stati Uniti alla Cina e dall’Europa al Giappone, ciò di cui ha bisogno l’economia mondiale, tuttora sovraindebitata, è un’accelerazione della crescita economica potenziale. E questo è un punto sul quale le banche centrali si sono dimostrate impotenti. Dopo il 2009, sono riuscite a proteggere i mercati e ad assicurare ai governi un margine di tempo per condurre le riforme necessarie. Ma ora che questo margine è quasi esaurito, le riforme sono state effettivamente realizzate solo in rari casi, la crescita è ancora troppo lenta perché possa sostenere la riduzione dei livelli di indebitamento e l’inflazione è rimasta bassa. La costruzione dei nostri portafogli resta perciò estremamente prudente e concentrata sulle azioni a forte visibilità, inoltre, è stata aumentata l’esposizione ai titoli di stato a lunga scadenza”.

L’ECONOMIA MONDIALE RALLENTA – “L’accentuarsi del rallentamento economico cinese, in parallelo con il deflusso delle liquidità eccedentarie (vedasi la nota di settembre) è evidente: secondo i dati dell’Ufficio nazionale cinese delle statistiche, un organismo che non brilla certo per l’eccessivo pessimismo, i profitti dell’industria cinese in agosto sono diminuiti di un ulteriore 8,8% (di cui -22% nell’industria automobilistica, -72% nell’industria petrolifera e -10% nelle telecomunicazioni) – continua il gestore – Prosegue invece il risanamento del mercato immobiliare (quantomeno nelle metropoli), e i consumi restano solidi. Tuttavia, le osservazioni condotte sul campo confermano quanto temevamo: la fuga di capitali di agosto, aggravata dalla svalutazione poco felice dello yuan, e l’adozione di misure di controllo dei cambi hanno intaccato la fiducia del settore privato. Probabilmente le autorità riusciranno a riequilibrare la crescita del paese per orientarla su una traiettoria rassicurante. Ma il percorso verso questo obiettivo è difficile, ostacolato da priorità a livello politico e dalle importanti sovraccapacità industriali da riassorbire. Per quanto riguarda il Brasile, vittima collaterale del rallentamento industriale cinese e artefice delle proprie sfortune, è opportuno mantenere la massima prudenza. L’inasprimento della recessione aggrava il deficit fiscale, e la decisione di S&P di declassare il debito brasiliano a “spazzatura” è pienamente giustificata, alla luce del disavanzo primario (al netto degli oneri finanziari sul debito!) previsto dal governo per il 2016 e data l’assenza di un piano credibile di riforme o di risanamento del bilancio”.

STATISTICHE USA DEBOLI – “Negli Stati Uniti, benché per ora i consumi reggano, le statistiche economiche sull’attività industriale degli ultimi due mesi sono nel complesso deboli. L’indice PMI manifatturiero di settembre ha registrato un nuovo calo a seguito della diminuzione dei nuovi ordinativi. Nello stesso periodo, anche i dati sull’occupazione, l’indicatore più positivo finora a disposizione della Fed, sono risultati nettamente inferiori alle aspettative”, fa notare Saint-Georges. “In Giappone, dopo una manovra di quantitative easing due volte superiore a quella degli Stati Uniti, l’inflazione sottostante si è attestata a un livello lievemente rassicurante (+0,8%), ma in settembre l’indice manifatturiero Tankan ha confermato che la crescita dell’attività economica è tuttora molto vicina a zero. Nell’Eurozona, malgrado l’innegabile miglioramento ciclico, fonte di tante speranze, le stime sull’andamento dei prezzi al consumo di settembre sono ricadute in territorio negativo (-0,1%) per la prima volta dopo sei mesi, mentre i prezzi all’ingrosso hanno registrato una flessione del -2,6%. Questo trend di rallentamento economico globale sarebbe meno problematico senza le conseguenti pressioni deflazionistiche, e se non coincidesse con un momento in cui la fiducia nella capacità delle Banche Centrali di fornire una risposta efficace non fosse messa in discussione”.

UNA QUESTIONE DI FIDUCIA – “Con la conclusione del programma di QE, la Fed ha esaurito le sue munizioni e Janet Yellen non è riuscita finora a riconquistare alcun margine di manovra sui tassi d’interesse. La Banca del Giappone e la BCE dispongono in teoria di liquidità sufficienti per “ricaricare” invece le loro armi. Ma secondo l’imprescindibile legge dei rendimenti decrescenti, è poco probabile che le politiche monetarie estremamente accomodanti, che finora hanno avuto un impatto molto limitato sull’economia reale, si rivelino più efficaci in futuro – spiega il gestore – La fiducia è a tal punto la spina dorsale del sistema finanziario che è poco probabile che crolli di colpo. I mercati non si sono dovuti confrontare con il fallimento improvviso di una grande banca. Ma dovranno far fronte al tramonto di un’era in cui era possibile ignorare l’essenza della realtà economica grazie a un ciclo di liquidità senza precedenti, per di più garantito dalla Banca Centrale. Ora dovranno fare i conti con la realtà del rallentamento economico nei paesi emergenti, con le conseguenti minacce che ne derivano per la moderata ripresa statunitense e per i cicli estremamente fragili dell’Europa e del Giappone. Sullo sfondo di questa transizione cruciale, il recente deterioramento del mercato del credito High Yield è particolarmente preoccupante. Infatti, supera nettamente quello dei mercati azionari, anche escludendo dal confronto il settore petrolifero, benché i due mercati siano tradizionalmente strettamente correlati”.

LA FIDUCIA RIGUARDA L’ASSET MANAGEMENT – “Da sei anni la gestione passiva ha posto una sfida formidabile alle gestioni attive, intervenendo su mercati che non rispondevano ai criteri dell’analisi fondamentale ma solo alla logica dei flussi finanziari. Il periodo di instabilità che si annuncia segna la fine del rialzo ininterrotto degli indici, e forse anche il tramonto delle gestioni indicizzate. Questa transizione offre un’opportunità storica alle gestioni attive. Tuttavia la sfida sarà ardua e si giocherà sul lungo periodo. Anche noi, malgrado la nostra analisi strategica, per il momento confermata dai fatti, abbiamo subito sul breve termine la violenza dei movimenti dei mercati in agosto, tardando a riconoscere nella svalutazione dello yuan l’elemento catalizzatore che in pochi giorni avrebbe destabilizzato i mercati globali. Come conseguenza, alcuni dei nostri Fondi hanno ceduto buona parte della performance accumulata dall’inizio dell’anno. L’errore però fa parte della gestione attiva, anche se avremmo dovuto evitarlo. Oggi siamo più prudenti, ma la nostra analisi strategica resta invariata. Sappiamo che ancora una volta si scontra con il consensus, che stenta ad accettare l’idea di una transizione cruciale e vorrebbe continuare a credere nell’eterna onnipotenza delle banche centrali. “Don’t fight the Fed“, e ancora meno la BCE, sono ancora considerati degli imperativi categorici. Tuttavia, i nostri 27 anni di esperienza ci hanno insegnato che per guadagnare la fiducia occorre avere il coraggio delle proprie opinioni e rifuggire dal conformismo. Forse commetteremo ancora errori, ma continueremo a impegnarci a fondo per adempiere al duplice mandato affidatoci dagli investitori: preservare il loro capitale in caso di rischio di gravi correzioni dei mercati, e generare una solida performance nel lungo periodo. Sappiamo che la fiducia non si pretende, ma la si conquista grazie ai risultati ottenuti nel tempo”, conclude Saint-Georges.

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