E’ una questione di fiducia

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La vera notizia è dunque quella che di soldi ne rimangono ancora parecchi visto ci sono ancora analisti pagati per prevedere la fiducia dei consumatori americani, ossia il massimo della aleatorietà. Speriamo di poter godere ancora per anni delle loro analisi o almeno finché il loro errore contribuirà a provocare rialzi come quello di ieri.

di Redazione30 luglio 2008 | 07:30

Dopo la pessima giornata di ieri i mercati asiatici tirano oggi un sospiro di sollievo e provano a copiare Wall Street. In mancanza di altro gli americani si sono inventati una ripresa della fiducia dei consumatori che, pur mantenendosi ai minimi, sale più delle previsioni degli analisti. Dalla ripresa di fiducia si è passati ad acquistare dollari. Dalla ripresa del dollaro si è arrivati alla discesa del petrolio e a fine cena è stato servito il rialzo di borsa.

L’allarme di Moody’s circa la qualità del credito sempre più bassa, l’allarme del FMI e la fiducia dei consumatori tedeschi ai minimi da 5 anni sono già dimenticati.

La vera notizia è dunque quella che di soldi ne rimangono ancora parecchi visto ci sono ancora analisti pagati per prevedere la fiducia dei consumatori americani, ossia il massimo della aleatorietà. Speriamo di poter godere ancora per anni delle loro analisi o almeno finché il loro errore contribuirà a provocare rialzi come quello di ieri.

La politica intanto ha macinato le consuete parole di avvicinamento al giorno stabilito per l’ultimatum all’Iran riguardante la sospensione delle sue attività nucleari sensibili. Il capo negoziatore iraniano sul nucleare, Said Jalili, ha dichiarato che le discussioni con le grandi potenze sulla crisi sono “positive e in progresso” e che “i sette paesi che partecipano al negoziato (Stati Uniti, Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna, Germania e Iran) hanno avuto una miglior comprensione delle loro reciproche posizioni”.

Approfittando di questa situazione quasi idilliaca per le sorti del prezzo del petrolio, il ministro venezuelano per l’Energia e il Petrolio, Rafael Ramirez, ha dichiarato che il suo paese si opporrà, in seno all’Opec, Organizzazione che raggruppa i paesi esportatori di petrolio, ad un aumento della produzione del greggio.

Secondo il ministro, il recente crollo del prezzo del petrolio dimostra che non c’è carenza di prodotto nel mercato e quindi un aumento del numero di barili estratti non farebbe altro che far crescere le riserve e cadere il valore del greggio, con una dinamica simile a quella che si registrò negli anni ‘90.
“Il fatto che il greggio oscilli di 20 dollari, verso l’alto o verso il basso, in pochi giorni – ha detto Ramirez alla stampa – dimostra che questo non ha nulla a che vedere con la produzione. Il problema è dovuto alla speculazione”.

Peccato che di petrolio venezuelano ce ne sia sempre meno e che il destino del Venezuela sia quello di usare il petrolio estratto per consumo interno.

Dopo che l’Indonesia ha abbandonato l’OPEC, visto che di recente è diventando un Paese importatore di petrolio, anche l’Arabia Saudita cesserà di essere un esportatore in tre decenni se il consumo interno continuerà a crescere e sarà incapace di aggiungere significative riserve.

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