Guardando al dito si dimentica la luna

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Niente offerta fuori sede per i consulenti autonomi. Si limita la concorrenza o si tutela meglio la professione di advisor?

Andrea Giacobino di Andrea Giacobino4 agosto 2017 | 06:08

Il no all’offerta fuori sede dei consulenti finanziari autonomi, avanzato dalle commissioni finanze di Camera e Senato, ha fatto molto discutere. In un Paese come il nostro, ancora sottoposto per molti aspetti ai diktat delle corporazioni (dai notai ai tassisti), il parere dei parlamentari è sembrata una sorta di resa incondizionata alla lobby delle banche-reti di consulenti finanziari e private banker, che in questo modo ‘azzoppano’ gli advisor autonomi. Ora, a parte chiarirsi una volta per tutte sulla liceità di un’azione di lobby, qualora condotta alla luce del sole (gli Stati Uniti insegnano), la vera domanda da porsi è se non si sia finiti a guardare solo il dito, perdendo di vista la luna che quello stesso dito indica.

Non si tratta di denunciare limitazioni alla concorrenza, quanto piuttosto di affermare un principio di coerenza ed esprimere una legittima preoccupazione. Richiamare un intento corporativo è infatti quanto di più lontano dall’esperienza dei consulenti finanziari abilitati, che non nascono di certo sullo stampo delle libere professioni e di ‘corpo’, ma dal fatto di avere connotazioni molto individualiste, che hanno sempre fatto della propria peculiarità un cavallo di battaglia e del loro ruolo un approdo aperto a tutte le provenienze, soprattutto dal mondo del lavoro autonomo.

Parlare poi di limitazione alla concorrenza e al libero mercato appare ingiustificato, visto che tanti sono i soggetti che svolgono una funzione di intermediazione del risparmio, ciascuno con le proprie caratteristiche. Ma la ragione originaria di una riserva di attività, quella dell’offerta fuori sede, scaturisce dalle caratteristiche della professione e dall’impianto che il legislatore ha messo a punto fin dalla nascita dell’Albo nel 1992, a tutela del pubblico risparmio e degli stessi operatori, attraverso il meccanismo della responsabilità solidale tra intermediari e consulenti. Inoltre, quando si è trattato di progettare l’Albo unico dei consulenti finanziari, assegnandogli anche la vigilanza, si è specificamente attribuita ai consulenti finanziari la denominazione di ‘abilitati all’offerta fuori sede’, in virtù di un mandato conferito da un intermediario abilitato.

Ciò stava a significare che questa caratteristica era di esclusivo appannaggio degli ex-promotori finanziari e di nessun altro operatore. Infine la cosa più importante: i colleghi autonomi dovrebbero essere riconoscenti all’Albo, a chi ne fa parte, e in particolare ad Anasf che a suo tempo lanciando l’idea della Casa della Consulenza, poi divenuto istituzionalmente l’Organismo, ha posto le basi di una loro emersione, classificazione e censimento, che mai sarebbe potuto essere realizzabile attraverso un proprio albo, per l’esiguità del loro peso sul mercato e della relativa mancanza di risorse proveniente dagli stessi soggetti. Meno che meno con finanziamento pubblico.

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