I costi dei fondi senza più segreti

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Arrighi (A.T. Kearney): “Probabile l’avvio di comparatori online delle fee”

di Redazione19 giugno 2018 | 09:56

di Pieremilio Gadda

L’unione bancaria è zoppa. Il mercato unico dei capitali, a sua volta, richiede parecchi tasselli per essere completato. E anche se si guarda all’industria del risparmio, le divergenze tra i singoli paesi dell’Ue sono sostanziali. L’esempio macroscopico riguarda i modelli distributivi. Nel Regno Unito e in Olanda, il regolatore ha vietato a banche e reti di essere remunerate dalle società prodotto, mentre in molti altri paesi il sistema degli inducement, cioè la quota di fee che viene percepita dalla casa d’investimento e retrocessa ai canali di vendita, resta dominante. In Italia, per la precisione, come ha rilevato Consob in un discussion paper pubblicato a gennaio, “circa il 70% delle commissioni riconosciute alle società di gestione
del risparmio è assorbito dai costi di distribuzione”. Risultato: i costi pagati dai risparmiatori per i fondi comuni e altri prodotti differiscono in modo sostanziale tra i diversi paesi.

LO STUDIO DELL’UE-La Commissione Europea lo ha scritto nero su bianco in un corposo rapporto di 181 pagine pubblicato nello scorso mese di aprile, “Distribution systems of retail investment products across the European Union”, cui è dedicato ampio spazio nelle pagine che seguono. Un esempio? Per un fondo azionario, in Italia si paga una commissione di gestione mediane del 2%, in Olanda dell’1,1% e nel Regno Unito dello 0,94%. Francia e Germania sono allineate all’1,8%, mentre in Polonia si arriva al 4,6%. Senza contare le spese d’ingresso: per la stessa categoria di prodotto, la quota del patrimonio trattenuta al momento della sottoscrizione può arrivare al 5% in Italia, all’8% in Germania e al 10% in Spagna. Segue una domanda ovvia: Mifid 2,
la nuova direttiva europea sui mercati degli strumenti finanziari entrata in vigore lo scorso 3 gennaio, favorirà
una convergenza sul piano dei costi, possibilmente verso la parte bassa della forbice? “La risposta è sì. Ma bisogna intendersi su quale sia il percorso che abbiamo di fronte. Partendo da una premessa”, precisa Massimo Arrighi (nella foto), partner di A.T. Kearney, società globale di consulenza strategica.

EFFETTO MIFID 2 –“Il mercato della gestione del risparmio
è molto poco trasparente, visto che il sistema remunerativo è basato sui rebate: i costi vengono caricati trattenendo una quota dal patrimonio investito”. Mifid 2 rappresenta una novità sostanziale: tutte le spese che l’investitore deve sostenere nel corso dell’anno, come le commissioni d’ingresso e di uscita, di intermediazione, gestione e performance, le fee di consulenza e gli incentivi percepiti dall’intermediario per il collocamento, dovranno essere indicate in modo chiaro e in forma aggregata al momento della sottoscrizione di ogni prodotto o servizio d’investimento. Il costo complessivo sarà espresso con due numeri, in percentuale sull’importo investito e in valore assoluto. La direttiva stabilisce inoltre che l’impatto cumulativo delle spese sulla redditività venga evidenziato nell’ambito della rendicontazione periodica. “A partire dall’inizio del 2019, quando gli intermediari invieranno i primi resoconti annuali, la maggiore trasparenza eserciterà inevitabili pressioni sui margini. Sarà molto più facile mettere a confronto le spese sostenute per ogni prodotto d’investimento, anche grazie all’arrivo
di nuovi comparatori e di società Fintech che offrono servizi di check up del portafoglio. Gli effetti però”, ricorda Arrighi, “si vedranno in modo graduale”.

IL CONFRONTO SUL WEB – Rimane un dubbio: quanta flessibilità avranno gli intermediari nella scelta delle modalità di comunicazione dei dati?
 C’è il rischio, cioè, che le informazioni rimangano sepolte tra le decine e decine di pagine di un foglio informativo, minimizzando di fatto i potenziali bene ci della trasparenza? “No, Mifid è molto chiara sul metodo. Le authority, le associazioni dei consumatori e, mi auguro, anche i media vigileranno”, rassicura l’esperto, che sottolinea un altro aspetto: “Poiché ora i costi saranno sotto la lente, gli intermediari tenderanno progressivamente a ridimensionare l’offerta di prodotti che non offrono performance adeguate, a fronte delle spese sostenute”. Vale la pena ricordare che, per effetto di Mifid 2, qualsiasi raccomandazione d’investimento dovrà d’ora in poi essere motivata: il consulente finanziario non potrà limitarsi a dire
che un determinato prodotto è adatto
al pro lo del suo cliente. Dovrà anche spiegare il perché. Secondo Arrighi, “intere categorie di prodotti potrebbero perdere rilevanza nei portafogli”. Di pari passo, invece, guadagneranno quote strumenti come le gestioni patrimoniali. “Hanno una struttura di commissioni esplicite più in linea con i dettami della normativa. Anche in quel caso, però, ci saranno pressione sulle fee, se i costi appariranno troppo elevati”.
A tendere, queste dinamiche potrebbero favorire un parziale allineamento dei prezzi in Europa. “Ma, affinché si veri chi una piena convergenza, servirebbe una Rdr europea, un quadro normativo simile a quello in vigore nel Regno Unito, dove
 le retrocessioni sono vietate. Il problema dell’eccesso di costi non ha a che fare con le fee dei prodotti, ma è insito nella struttura del sistema distributivo vigente in molti paesi, Italia compresa”.


2 commenti

  • pierluigi says:

    Dovrebbero essere esplicitati i costi percepiti dal consulente così da poter capire esattamente chi percepisce cosa e non indistintamente il costo del collocatore che non evidenzia nulla.

  • Nicola says:

    Ritengo che le Sgr dovrebbero accettare fee dal consulente che viene pagato a parcella . Il testo ormai è storia

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