Fondi, dove costano meno in Europa

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Uno studio dell’Ue rivela notevoli divergenze negli oneri dei prodotti finanziari nel Vecchio Continente.

Andrea Telara di Andrea Telara28 giugno 2018 | 09:20

Quanto costa un fondo d’investimento in Europa? Difficile rispondere con precisione  a questa domanda perché il Vecchio Continente è una realtà a macchia di leopardo, almeno per quel che riguarda il risparmio gestito. Lo sanno bene i ricercatori che nei mesi scorsi, per conto dell’Unione Europea, hanno realizzato uno studio dal titolo: “Distribution systems of retail investment products across the European Union”, che scandaglia fondo il mercato dell’asset management continentale, sul lato della distribuzione e nelle abitudini dei risparmiatori. Il quadro che ne emerge è appunto molto disomogeneo, sia per quel che riguarda le preferenze delle famiglie nell’acquisto di prodotti  finanziari, sia sotto il profilo dei costi dei prodotti venduti dalle banche e dagli altri intermediari, comprese le reti di consulenza italiane.

In attesa della nascita della Capital Markets Union, l’unione dei mercati
dei capitali in Europa, le statistiche dicono dunque che è lunga la strada da percorrere per creare un unico settore finanziario veramente coeso e omogeneo a livello continentale. Del resto, è ancora presto anche per vedere gli effetti portati in dote nel settore dell’asset management dalla Mifid 2, la seconda edizione della direttiva europea sui servizi finanziari, che è entrata in vigore il 3 gennaio scorso. Anche le norme della Mifid 2 hanno lo scopo di creare un mercato dei servizi finanziari più uniforme in Europa, oltre che più trasparente. Gli effetti della direttiva, però, a detta di molti osservatori si inizieranno a vedere soprattutto nei prossimi anni, a partire dal 2019. Intanto, i risparmiatori e le società di asset management del Vecchio Continente continuano a muoversi in ordine sparso.

PORTAFOGLI VARIEGATI –Per rendersene conto, basta dare un’occhiata alla gran mole di dati che
i ricercatori incaricati dall’Ue hanno messo assieme nel loro report, riassunti da ASSET CLASS nelle infografiche in pagina. Per quel che riguarda le abitudini dei risparmiatori, osservando i dati si nota innanzitutto che il patrimonio degli italiani è investito per il 59% in asset finanziari e per il restante 41%
in attività non finanziarie, per esempio nell’amatissimo mattone. Un po’ diverse sono le abitudini dei francesi e dei tedeschi, che investono in strumenti finanziari il 40%42%del loro patrimonio mentre il 56%58% va agli asset reali. Se si guarda invece al Regno Unito, che con la Brexit si appresta a lasciare l’Unione Europea, emerge che i risparmiatori d’Oltremanica investono in strumenti finanziari ben il 78% della loro ricchezza. Grandi differenze ci sono tra i vari paesi anche per quel che riguarda le tipologie di prodotti scelti.

TRA CONTI CORRENTI E MUTUAL FUND  -Mentre in Gran Bretagna la quota maggiore del portafoglio è occupata
dai fondi pensione e dagli altri prodotti della previdenza integrativa, nell’Europa Continentale le preferenze degli investitori si indirizzano su diversi strumenti finanziari. Molto significativa, per esempio, è la quota di ricchezza destinata ai conti e depositi bancari oppure ai conti in valuta, che sono notoriamente prodotti facilmente liquidabili nel breve periodo.

In certi paesi come il Lussemburgo o
la Repubblica Ceca, questi strumenti finanziari arrivano a occupare oltre il 50% dell’intero portafoglio. Più contenuta, seppur non trascurabile, la quota destinata ai depositi bancari e in valuta che si registra in Francia, Germania eItalia (tra il 30% e il 40% circa).
Variabile da paese a paese è anche il peso nel patrimonio che hanno i fondi comuni d’investimento.  Nel nostro Paese, nonostante la crescita dell’asset management degli ultimi anni, nel 2016 i prodotti del risparmio gestito occupavano circa il 10% del portafoglio dei risparmiatori, più o meno quanto in Francia e in Germania.

ANCORA PAZZI PER I BOND –La particolarità che distingue gli investitori che abitano nella Penisola, come sa bene chi li studia da anni, è il loro tradizionale amore per i bond, la cui incidenza nel portafoglio, nonostante il calo dei tassi d’interesse che ha reso le cedole sempre più avare, oltrepassa ampiamente il 10%, una percentuale che non ha eguali in tutta Europa. Oltre che nelle abitudini dei risparmiatori, cioè sul lato della domanda, il Vecchio Continente presenta molte differenze geografiche anche per quel
che riguarda i costi dei prodotti, cioè sul lato dell’offerta. In particolare, gli analisti incaricati dall’Ue hanno concentrato l’attenzione sulle voci di spesa dei fondi comuni di investimento e degli Etf di
varie categorie, dagli azionari ai monetari, passando per gli obbligazionari e i bilanciati. Le fee prese in considerazione sono quelle d’entrata, di uscita e di gestione, di cui è stato calcolato il valore mediano in 15 mercati diversi (vedi
le tabelle a fondo pagina). Le differenze da paese a paese sono appunto elevate e riflettono in molti casi la diversa struttura distributiva dei prodotti esistente in ogni singolo mercato nazionale.

SPESE AI RAGGI X – Più costosi che in Gran Bretagna, Germania e Francia ma meno che
in Polonia. Sono così, in sintesi, i
fondi comuni azionari e obbligazionari venduti in Italia. Secondo il censimento effettuato dagli analisti dell’Unione Europea, la mediana delle commissioni di gestione che gravano sui prodotti del risparmio gestito del nostro Paese si attesta all’1,3% per i portafogli obbligazionari e sul 2% per quelli che investono nell’equity. Purtroppo solo in Polonia, Spagna e Portogallo si trovano dati più alti. Per quel che riguarda
le commissioni d’ingresso, invece,
sono diversi i paesi in cui i fondi d’investimento sono più cari dei nostri. È il caso per esempio della Germania, dove la mediana delle fee d’entrata è pari al 3% per i prodotti obbligazionari e al 5% per gli azionari, contro il 2%-4% dell’Italia.


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