Fondi comuni, le commissioni sono tutte da rifare

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Intervista a Luca De Biasi, wealth business leader di Mercer Italia: “I gestori dovranno abbassare le commissioni”.

Andrea Telara di Andrea Telara24 ottobre 2018 | 10:14

Fairness and alignment, equità e allineamento con gli interessi degli investitori.
È il “binomio perfetto” che, secondo gli analisti di Mercer, società internazionale specializzata nella consulenza agli investitori istituzionali, dovrà caratterizzare in futuro la struttura dei costi applicati ai prodotti del risparmio gestito. Il che significa, secondo una recente analisi di Mercer, che molte delle attuali fee che gravano sui fondi comuni devono essere riviste, proprio perché non sono fair, né sono allineate con gli interessi degli investitori. “Per superare questo problema”, dice Luca De Biasi (nella foto), wealth business leader di Mercer Italia, “la nostra società identifica due soluzioni possibili”.

Quali sono?

Prima di rispondere a questa domanda, credo sia il caso di fare una premessa importante e spiegare perché l’attuale struttura delle commissioni applicate ai fondi è inadeguata.

Spieghiamolo…

La premessa deve partire dalla constatazione che, in aggregato, il
valore aggiunto ricevuto dagli investitori
a fronte della gestione attiva è stato limitato, mentre gli asset manager hanno continuato a mantenere profittabilità e alti margini. Oggi su molti prodotti a gestione attiva gravano delle commissioni calcolate in percentuale sul patrimonio del fondo che, in base alle nostre analisi, tendono in molti casi a essere generose per le società di gestione. Questa struttura fa sì che le strategie dei gestori siano poco allineate agli interessi degli investitori e che non
ci sia una spinta a sovraperformare il mercato quanto piuttosto a mantenere
le masse in gestione. Applicando una
fee fissa in termini percentuali, infatti,
le sgr guadagnano comunque, anche
se i rendimenti del fondo sono negativi. Attualmente molte case di gestione adottano anche una struttura tariffaria basata su due voci di costo: una commissione di base più bassa rispetto allo standard, a cui si aggiunge una fee legata alle performance, che scatta solo se il fondo ha dei risultati superiori al mercato. Anche questo sistema, come quello delle fee fisse in termini percentuali, pone di fronte a dei problemi.

Perché?

Poiché i gestori guadagnano soprattutto in caso di sovraperformance del fondo, c’è il rischio concreto che siano spinti
ad assumere dei rischi eccessivi. Anche in questo caso, dunque, può esserci un disallineamento tra gli interessi della sgr e quello degli investitori.

Che fare, dunque?

È proprio partendo da queste problematiche che abbiamo proposto due soluzioni. La prima consiste in una nuova struttura di commissioni calcolate in percentuale sul patrimonio del fondo, che sono più basse rispetto alle medie oggi prevalenti e sono calcolate con modalità diverse rispetto a quelle attuali.
La seconda soluzione si basa invece
su delle fee che variano tra un livello massimo e minimo. A seconda delle performance del fondo, qualora il
gestore abbia risultati negativi rispetto
al benchmark, le fee scendono progressivamente fino a un livello minimo prestabilito.

Che differenza c’è rispetto al sistema attuale? In altre parole: quali sono le nuove modalità di calcolo che stanno alla base di questa nuova struttura di costi?

L’elemento-chiave da cui siamo
partiti è l’aspettativa realistica di sovraperformance, che è l’extra- rendimento rispetto al mercato che un investitore ben informato, a seconda delle diverse categorie di fondi, dovrebbe attendersi da un gestore attivo. Questo è un passaggio cruciale visto che notiamo come siano distanti l’aspettativa realistica di sovraperformance rispetto a quanto dichiarato e percepito sul mercato.
In seguito è stata assegnata una probabilità a questo extra rendimento e si può idealmente ipotizzare che il 20% di esso possa andare a beneficio dei gestori, in un intervallo che potrebbe variare dal 5% al 25%.

Risultato?

Applicando queste metodologie, per diverse categorie di fondi oggi esistenti, sono state elaborate le due possibili strutture commissionali di cui ho parlato in precedenza, che hanno un elemento in comune: impongono ai gestori di rimettere in discussione le strategie tariffarie applicate sinora, ricercando equità e allineamento di interessi con il risultato di ridurre sensibilmente il livello dei costi. Oggi le sgr che propongono strategie di gestione attive devono guardare in faccia la realtà.

In che senso?

Intendo dire che l’industria dell’asset management sta vivendo trasformazioni importanti. Ci sono i prodotti a
basso costo come gli Etf che stanno conquistando sempre più quote di mercato e ci sono sgr che spesso hanno difficoltà a dare un reale valore aggiunto agli investitori, cosa che invece un gestore attivo dovrebbe cercare di fare. Chi non affronterà queste sfide in maniera adeguata rischia di trovarsi di fronte a serie difficoltà negli anni a venire.


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