Tetto per gli stipendi dei manager USA. Italia ferma

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di Biagio Campo 4 Febbraio 2009 | 10:10
L’amministrazione americana è pronta ad introdurre un tetto di 500.000 dollari, per gli stipendi dei manager di società che chiederanno aiuti statali. La norma va incontro all’avversione dell’opinione pubblica contro i compensi stratosferici di Wall Street. In Italia il tema è stato ampiamente dibattuto, ma oggi è fermo e riguarda solo le aziende a controllo pubblico e non i manager delle banche.

Oggi il presidente Barack Obama e Timothy Geithner dovrebbero annunciare l’imposizione di un tetto di 500.000 dollari, per la retribuzione dei top manager delle aziende che riceveranno aiuti pubblici in futuro, limite che non sarà applicato alle società che hanno già beneficiato dei contributi statali.
Non è stato specificato se i manager bancari rientreranno nel tetto oppure riusciranno ad ottenere una proroga, inoltre non è chiaro se nel limite di 500.000 dollari rientreranno bonus, contributi pensionistici aggiuntivi, stock option e benefit quali polizze sanitarie personali e familiari, che rappresentano elementi chiave nei compensi percepiti negli Stati Uniti.
Nell’opinione pubblica statunitense continua a crescere una forte avversione contro il sistema finanziario nazionale, colpevole di aver scatenato la peggiore crisi dai tempi della grande depressione ed i politici di entrambi gli schieramenti stanno cavalcando il malcontento popolare.
Il senatore democratico del Missouri Claire McCaskill, ha avanzato la proposta che il tetto per i manager sia fissato a 400.000 dollari, ovvero lo stipendio percepito dal presidente Obama.

Tra le reazioni dei manager riportiamo quella di Jamie Dimon, Ceo di Jp Morgan Chase, che ha criticato apertamente la proposta, spiegando come non sia corretto fissare indistintamente una soglia alle retribuzioni, senza distinzione tra le società che legano i compensi alle performance e quelle che in passato hanno utilizzo delle modalità sbagliate.

Mentre si ponevano le basi per i futuri dissesti finanziari, Goldman Sachs, Morgan Stanley, Merrill Lynch, Lehman Brothers e Bear Stearns hanno pagato 145 miliardi di dollari in bonus ai dipendenti dal 2003 al 2007
A fronte delle cifre indicate è comprensibile la voglia di maggiore equità dell’opinione pubblica americana, tuttavia la misura proposta dal presidente Obama potrebbe far perdere alle aziende americane, in diversi settori, dei manager con ottima esperienza, che troverebbero all’estero (Medio Oriente e Asia ma non solo) stipendi migliori, rallentando il processo di ripresa economica.
La forza degli Stati Unti è stata quella di attrarre, a partire dagli anni quaranta, le migliori risorse umane del pianeta, un’eventuale fuga di cervelli sarebbe il più forte segno del declino americano.

In Italia il tema è ampiamente dibattuto ed il governo Berlusconi, durante la campagna elettorale, aveva puntato il dito contro gli stratosferici compensi percepiti dai principali top manager, con particolare attenzione al settore finanziario.
Le banche italiane non hanno ricevuto un sostegno diretto da parte dello stato, e sono mancati quindi gli strumenti giuridici per porre un tetto ai generosi stipendi ultra milionari di Passera (Intesa Sanpaolo), Profumo (UniCredit), Geronzi (Mediobanca) e Bernheim (Generali), mentre sono stati fortemente a rischio i compensi dei manager delle principali aziende a controllo pubblico, ovvero Scaroni (Eni) e Conti (Enel), che tuttavia sono riusciti a non ricevere tagli, a fronte dei buoni risultati aziendali che hanno permesso i generosi versamenti (200 mln da Eni e 50 da Enel), al fondo di solidarietà.

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