Promotori finanziari: l'ipocrisia sulla fiducia dei consumatori

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di Matteo Chiamenti 10 Febbraio 2009 | 13:15
Nella figura del promotore devono combaciare, per ragioni di mercato, l’anima commerciale, con quella teorica. Si cerca poi la fiducia del risparmiatore e allo stesso tempo si deve puntare a percepirne i punti deboli. Un esempio di tanti paradossi.

Che l’Italia rappresenti la patria delle contraddizioni è cosa arcinota. Palate di buonismo vengono molto spesso distese sullo sfondo dell’autocelebrazione. E così tra un girovagare e l’altro ci si imbatte in un lettore di assinews.it. La voce è quella di un agente assicurativo; ma non è altro che un sintomo locale di una malattia sistemica. Ecco quanto riportato:

“Certo che è comica: adesso si auspica di portare dalla nostra le varie categorie di consumatori (altri non sono che ex sindacalisti sfaccendati sbattuti fuori dalle varie sezioni fallite Pietro Nenni, Ingrao, Enrico Berlinguer di tutt’ Italia e via discorrendo che:
– prima, li mandiamo a dar via il sette perché in nome della trasparenza ci chiedono di dichiarare le nostre provvigioni sulla RCAuto
– poi, sempre a dar via il sette perché le Compagnie hanno venduto la cacca delle Index (per una cacca di mosca di provvigione) e andiamo su CI MANDA RAI3
– durante, sempre a dar via il sette perché una lenzuolata ha tolto le piattole di contratti e provvigioni decennali e quindi c’è gente che fa i famosi BUCHI (che fanno andare in profondo rosso le nostre polizze cauzioni agenziali e l’assicuratrice aumenta il premio con gran soddisfazione del Broker).
Mentre vediamo che sulle pagine dei quotidiani nazionali (e rispettivi siti) le compagnie di assicurazione col fiatone RICERCANO MOTIVATI AUTOMUNITI per sottoscrizione lucroso mandato agenziale (dicono che quello più snello sia composto da una cinquantina di pagine che neanche un pool di legali è in grado di valutarne la portata, figuriamoci un aspirante agente) rigorosamente MONOMANDATARIO (una volta si diceva ZOPPO) con finte indennità per aggirare la legge del plurimandato.
Mentre vediamo che capi area e Sales sono sguinzagliati pure col fiatone per fregarsi le agenzie a botte di incentivazioni a fondo perduto.
Mentre vediamo che quelli di noi che ne han piene le scatole si fanno liquidare e andate tutti a dar via il sette.
Se non cambia l’aria, e dai e dai, Compagnie, sindacato e Isvap ben presto non avranno più interlocutori: ad andar bene si tornerà alle agenzie di direzione, altro che gestione libera: gestione demenziale!”

Confusione di esposizione a parte, appare chiara l’immagine di una realtà in perenne deriva, che utilizza il paradosso voluto come ancora di salvezza dalla responsabilità. Il migliore punto di vista è quello di Natalia Ginzburg ne Le piccole virtù: “L’Italia è un paese pronto a piegarsi ai peggiori governi. È un paese dove tutto funziona male, come si sa. È un paese dove regna il disordine, il cinismo, l’incompetenza, la confusione. E tuttavia, per le strade, si sente circolare l’intelligenza, come un vivido sangue. È un’intelligenza che, evidentemente, non serve a nulla. Essa non è spesa a beneficio di alcuna istituzione che possa migliorare di un poco la condizione umana. Tuttavia scalda il cuore e lo consola, se pure si tratta d’un ingannevole, e forse insensato, conforto”.

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