Crisi, le responsabilità delle autorità di vigilanza

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di Redazione 17 Aprile 2009 | 13:00
Questo è il primo “j’accuse” per indicare delle concrete e precise responsabilità. Non pretendo con questo breve pamphlet fare un’analisi dettagliata di tutte le storture e le colpe del sistema finanziario italiano, ma solo evidenziare alcune delle scelte che hanno determinato l’attuale crisi del sistema delle regole.
Cominciamo con le Autorità di vigilanza del mercato; esse dovrebbero almeno sorvegliare e regolamentare il mercato in modo da garantire un minimo di trasparenza e correttezza. Appare chiaro che esse hanno espresso nel corso degli ultimi anni una evidente incapacità di prevenire, correggere e/o punire gli abusi. 
 
Negli ultimi 10 anni abbiamo visto sul mercato una quantità di abusi del tutto inaccettabile su tutti i piani:
 
  1. Governance. Si va dalle operazioni di potentati che si fanno beffe delle norme sull’OPA alle partecipazioni incrociate di Mediobanca, Generali, UniCredit, Intesa, scalata Antonveneta.
  2. Stabilità. Nonostante le rassicurazioni sappiamo tutti che le maggiori banche del paese sono ufficialmente da settembre 2008 nei guai anche se i manager che le hanno condotte hanno incassato e incassano, senza alcun pudore, centinaia di milioni di compensi e stock options. E questa è la situazione attuale mentre sino a ieri con incorporazioni e fusioni si sono annegate le situazioni di crisi dentro contenitori bancari sempre più grandi seguendo il verbo delle concentrazioni; proprio come si è abituati a versare i rifiuti in mare. 
  3. Trasparenza. I bilanci falsi sono diventati una moda: senza scomodare i casi Cirio e Parmalat, basta verificare quanti sono i manager indagati e condannati per aver addomesticato risultati e notizie.
  4. Correttezza. I prodotti e servizi finanziari non vengono realizzati per la soddisfazione del cliente o per la performance, ma solo per massimizzare l’utile in tempi più brevi possibili: i derivati OTC spacciati a enti, aziende e anche a privati come se fossero assicurazioni sui tassi o investimenti, prodotti complessi collocati indipendentemente dalle esigenze dei clienti, reti distributive che vendono solo polizze unit o index (e non i sottostanti) solo per elevare i margini.
  5. E molto altro. Conflitti di interesse, incapacità tecnica, desolante assenza di cultura finanziaria in capo agli operatori.
Le Autorità di vigilanza dov’erano? E dove sono? Hanno vigilato sulle carte e neanche quelle sembra abbiano saputo leggerle in tempo. Mentre il Governatore della Banca d’Italia dimostra di sapere e capire, ma interviene solo con linguaggio felpato, l’istituto si guarda bene dal colpire davvero le grandi banche di cui è proprietà (perché in Italia i vigilati sono i “padroni” del vigilante). Forse il suo compito non dovrebbe essere quello di proteggere il paese dal “pericolo” di una vera concorrenza.
 

Consob ha delle responsabilità anche maggiori atteso che dovrebbe occuparsi della vigilanza sui comportamenti e non è semplicemente in grado di farlo: già è ridicolo pensare che una struttura modesta come la Commissione sia in grado di tenere sotto controllo l’operatività di entità enormi come le grandi banche nazionali ed internazionali. Ma se questo è il risultato dell’attività di vigilanza che dire dell’uso che è stato fatto della potestà regolamentare: il potere di scrivere regole di dettaglio per la disciplina del mercato è stato esercitato in modo subordinato agli interessi dell’industria in armonia con l’identica vibrazione della normativa comunitaria. Non è un giudizio affrettato: chiunque esamini l’evoluzione dei regolamenti Consob in materia di attività degli intermediari scoprirà che nell’arco di appena 16 anni dall’originario 5833/91 all’8850/94 passando per l’11522/98 e arrivando al 16190/07 i clienti hanno perso gran parte dei diritti. Il tutto in un settore in cui la complessità degli strumenti e la capacità commerciale dell’industria sono aumentati in modo esponenziale. Leggendo le produzioni regolamentari delle autorità si scopre l’uso di un linguaggio ridondante e di concetti vaghi che generano incertezza e ampliano la discrezionalità interpretativa ed applicativa di chi le ha emanate. Ma le norme non dovrebbero essere semplici e chiare? L’unica funzione che le autorità riescono a svolgere egregiamente è quella di indirizzo attraverso lo strumento opaco della “moral suasion” che si presta, peraltro, più a governare i rapporti di forza che a tenere pulito il mercato. Il che è molto italiano.  

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