Una torta da 100 miliardi di euro. Le banche private affilano le armi.

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di Marcella Persola 20 Agosto 2009 | 10:30
E’ vero che non sono ancora stati definiti i dettagli tecnici dello scudo ter, ma è possibile tracciare un quadro di riferimento nel quale esso si svilupperà.

Primo il contesto di riferimento è completamente diverso rispetto alle edizioni del 2001 e del 2003.
Secondo sono differenti anche i soggetti interessati, oggi si parla molto più di imprenditori.
Terzo l’importo dell’aliquota, sicuramente più alta e il totale del rimpatrio, che sembra oscillare tra gli 80 e 100 miliardi di euro.

Una cosa è evidente: le private bank e le fiduciarie non hanno perso tempo e si stanno attrezzando per fornire ai clienti tutta l’assistenza di cui necessitano. «Lo scenario nel quale si sviluppa l’attuale scudo è completamente differente. Si può parlare di un’azione congiunta da parte degli stati contro la segretezza bancaria e un’azione più decisiva anche nei paesi offshore diventati più collaborativi e questo rappresenta una minaccia per gli evasori» sottolinea Marco Cascino, amministratore delegato di Cordusio, fiduciaria di UniCredit, controllata da UniCredit Private. «A questo si aggiunga che è cambiato il contesto di riferimento, in quanto determinate caratteristiche, quali rischio-paese e rischio svalutazioni non sussistono più. E’ venuta meno l’idea che lo strumento domestico sia meno redditizio e la crisi alla quale abbiamo assistito lo ha dimostrato » continua l’a.d. di Cordusio. A questi primi elementi si possono aggiungere anche altri fattori strutturali. «Il 2001 era un anno di change over della lira in euro, e i risparmiatori italiani erano abituati a poter comprare in Italia fondamentalmente dei prodotti in lire; con il change over dell’euro per i risparmiatori italiani si è aperto dall’Italia una possibilità di investimento totalmente infinita, perché tutte le Sicav si sono ridenominate in euro, diventando di fatto un grandissimo supermercato dell’investimento» precisa Daniele Piccolo, vicedirettore generale di Albertini Syz. «Se a questo aggiungiamo che ormai tutti ragionano in euro e una parte consistente degli investimenti off-shore sono dilaniati in euro, detenere un fondo o una sicav in Italia o in un mercato off-shore poco cambia dal punto di vista pratico» continua Piccolo.

Tutti elementi che secondo gli esperti sono a favore del rimpatrio, così come il tema fiscale. «Si tenga presenta che dal 2001 ad oggi è stata introdotta l’euroritenuta. Questa aliquota che nel 2011 dovrà essere del 35%, è un’aliquota fiscale di tutto rispetto, ed è senz’altro un peso molto diverso rispetto all’attuale 12,50% applicato dal governo italiano sugli investimenti interni» spiega Piccolo. Quindi anche dal punto di vista fiscale gli elementi sembrano tutti a favore del rimpatrio. «Una delle motivazioni potrebbe derivare dalle difficoltà operative che, in alcuni casi, possono sussistere nell’avere soldi all’estero» aggiunge Sergio Rogani, amministratore delegato di UBS Fiduciaria. Comunque le aspettative delle società sono buone, seppure sono cauti relativamente all’ammontare degli importi.

Chiaro è che le strutture si stanno già attrezzando. «Al fine di assistere la clientela nel modo migliore le private bank devono operare su tre direttrici:
1) il settaggio della “macchina di servizio”,
2) l’informazione ai propri private banker, ai clienti potenzialmente interessati e ai loro professionisti di riferimento,
3) la preparazione delle soluzioni di prodotto più idonee per gli asset rimpatriati» racconta Paolo Magnani, vice direttore generale di Banca Euromobiliare. «Sul fronte macchina di servizio, la nostra struttura di private banking si è già attivata per rispondere con soluzioni specifiche alle necessità derivanti dall’attività di rimpatrio di attività detenute all’estero, coinvolgendo tutte le strutture interne (società fiduciaria, servizi di family planning, fiscalisti) e un network di professionisti esterni a supporto» continua Magnani. «Noi ci stiamo attrezzando per garantire la massima assistenza per esperire tutte le pratiche amministrative, l’assistenza nel trasferire i conti, nella valutazione delle sanzioni previste. La banca deve distinguersi per offrire il miglior servizio possibile» continua Cascino. «La consulenza che di fatto le banche possono offrire dipende molto dalla complessità dei problemi che i clienti possono avere» è il parere di Piccolo. Infatti esistono delle criticità che devono essere prese in considerazione. «Ci sono clienti che all’estero sono investiti in prodotti illiquidi, nel senso che potrebbero avere side pocket di fondi hedge comprati all’estero piuttosto che delle obbligazioni emesse dalle banche presso le quali loro erano clienti, che molto spesso sono prodotti illiquidi, così come gli stessi strutturati. Questi prodotti da rimpatriare non sono così semplici, perché in alcuni casi non sono armonizzati, come nel caso degli hedge, e quindi sconterebbero una fiscalità diversa anche se oggetto di rimpatrio » continua Piccolo. «Sicuramente ci potranno essere delle criticità. Si potrebbero verificare sia situazioni più semplici da gestire, sia situazioni più complesse dovute alla presenza di strumenti illiquidi o non armonizzati, o alla detenzione di patrimoni tramite società estere, trust, fondazioni » conferma Rogani. «Il problema più rilevante riguarderà, dal mio punto di vista, il rimpatrio di veicoli che sono invece detenuti in paesi extra Unione Europea, oppure di beni immobili, in questo caso bisognerà capire cosa sarà stabilito dai regolamenti» commenta Francesco Cosmelli, direttore centrale private banking di Banca Akros. Compito del consulente sarà quello di aiutare i clienti, nel momento in cui sarà definita la normativa, a prendere la decisione nel modo più corretto, impostando tutta la manovra di rientro insieme al cliente, suggerendo anche alcune attività sulla banca estera preliminari al rimpatrio. Ma chi saranno i clienti più propensi al rimpatrio? «Devo dire che rispetto al passato la categoria degli imprenditori potrebbe essere una delle classi maggiormente interessate. Lo sgravio del 3% per i prossimi cinque anni potrebbe indurre chi necessita di ricapitalizzare la propria azienda di usufruire di tale rimpatrio » continua Cosmelli. «Credo che essenzialmente si possano distinguere tre filoni: coloro che rimpatrieranno i capitali perché ne hanno bisogno per la propria attività professionale, anche se non esiste a tutt’oggi un vero provvedimento ideale per gli imprenditori. Secondariamente potrebbero essere interessati al rientro coloro che vogliono riutilizzarli per la vita corrente, ad esempio chi nelle scorse edizioni ha ereditato dei capitali e ora ne necessita. Infine, visto che la gerarchia degli istituti bancari è cambiata, risulta meno conveniente detenere dei capitali all’estero sia per pricing più elevati pagati dal cliente all’intermediario estero, sia per minore prossimità del patrimonio al cliente che potrebbe avere interesse nel cambiare gestore e avere i capitali a disposizione nella banca più vicina casa» dichiara Saverio Perissinotto, condirettore generale di Intesa Sanpaolo Private Banking e a.d. di SIREFID, fiduciaria di Intesa Sanpaolo. E ove saranno investiti tali patrimoni, una volta rientrati? «Nelle scorse edizioni i rimpatri sono stati dirottati nell’acquisto di case, nel migliorare il proprio tenore di vita; questa volta invece è possibile che i capitali siano investiti in azienda» confida Cosmelli.

Mentre per Magnani «Due sono le modalità per l’investimento delle somme regolarizzate/rimpatriate: le gestioni patrimoniali in titoli e strumenti/veicoli tipici del mondo assicurativo. Particolare importanza rivestono quindi strumenti e veicoli tipici del mondo assicurativo, come le unit linked. Su questo fronte, una soluzione ad elevato tasso di personalizzazione è rappresentata dalle polizze stipulate con compagnie comunitarie che operano in Italia in regime di libera prestazione di servizi, che consentono la regolarizzazione spostando gli asset su un paese comunitario, a
d esempio il Lussemburgo». Ma «è inoltre importante sottolineare che qualora l’imprenditore abbia bisogno di ricapitalizzare o finanziare l’attività di impresa, questi asset finanziari potranno essere messi a garanzia degli affidamenti bancari (tali somme ricordiamo che sono sottoposte a leggi Prodi), evitando di dover disinvestire e al contempo consentendo l’accesso a forme di finanziamento anche a medio/lungo termine» prosegue Magnani.

Comunque, come si diceva, le aspettative sono buone: «riteniamo che il flusso possa essere importante; si stima che i clienti private detengano circa 300 miliardi di euro all’estero e riteniamo possa essere plausibile un rientro tra il 20% e il 30%, quindi tra i 60 e 100 miliardi, anche se ai numeri bisogna prestare attenzione. Riteniamo che possa trattarsi di importi plausibili anche perché il flusso potrà rientrare tra il 15 settembre del 2009 fino al 15 aprile 2010, quindi penso che come per le scorse edizioni assisteremo a due flussi: uno prima della fine dell’anno e un altro prossimo alla scadenza» conclude Perissinotto.
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