Separare diagnosi e ricetta

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Avatar di Redazione 1 Febbraio 2010 | 11:30
La filosofia della consulenza si distingue in primaria e secondaria

di Gianfranco Cassol

La locuzione consulenza finanziaria è usata con diversi significati: consulenza finanziaria tout court, consulenza finanziaria strumentale, consulenza finanziaria generica, consulenza finanziaria in materia d’investimento, e altre ancora. Una distinzione chiarificatrice potrebbe essere fra consulenza finanziaria primaria (diagnosi, è la consulenza agli investitori), che include anche i contenuti tradizionali e limitati della consulenza finanziaria generica (pianificazione finanziaria); e consulenza finanziaria secondaria (ricetta, è la consulenza dei prodotti), che è la consulenza finanziaria in materia d’investimenti, come definita dalla MiFID-Consob, e che consiste in raccomandazioni personalizzate ad un cliente, riguardo una o più operazioni relative a determinati strumenti finanziari presentati come adatti per il cliente.
La consulenza finanziaria primaria è il supporto scientifico indispensabile per i processi d’investimento del risparmiatore, ed è l’applicazione dei principi dell’economia comportamentale e delle risultanze dell’economia sperimentale, che considerano l’uomo “reale” anche nelle sue componenti emotive e non solo razionali, come invece semplificato dall’economia neo-classica.
Non è soggetta ad autorizzazioni di legge, è un’attività libera e può essere svolta dai promotori finanziari, dai consulenti “emittenti” le raccomandazioni personalizzate o da qualsiasi altro soggetto, con remunerazione fee only.
Ma in cosa consiste e di cosa necessita la consulenza finanziaria primaria?
In proposito servono alcune considerazioni, come quella di Colin Camerer, economista comportamentale del California Institute of Technology: “La ricerca della massimizzazione dell’utilità degli investimenti, corrisponde ad una interpretazione ridotta dei processi che guidano le decisioni degli investimenti”. Per J. Brad Je Long, della Berkeley University “il mondo concepito dagli economisti neo-classici dell’uomo razionale, non è il mondo in cui viviamo”, seguito a ruota da Daniel Kanheman, premio Nobel 2002 per l’economia: “I principi secondo i quali gli investitori sono agenti razionali mossi soltanto da considerazioni di massima utilità, sono semplicemente falsi e smentiti dai fatti”.
Ecco quindi l’esigenza di un rinnovamento anche sul piano teorico, come sostiene Paul Krugman, della Princeton University, premio Nobel 2008 per l’Economia: “L’economia deve rinascere su nuove basi: meno modelli teorici estranei al mondo reale, ben interpretato invece dall’economia sperimentale” e, come ribadisce R.J. Schiller, della Yale University, “le ricerche dell’economia sperimentale dimostrano che le persone nelle loro scelte non soddisfano gli assiomi di razionalità. Questo è l’elemento fondamentale della rivoluzione dell’economia comportamentale, che ha iniziato ad imporsi nell’ultimo decennio”.
Insomma “la neuroeconomia non intende contrapporsi alla teoria della scelta razionale, ma ritiene potenzialmente vantaggioso ampliarne gli orizzonti prendendo in esame variabili considerate intrinsecamente non misurabili dalla teoria tradizionale” come sostiene Colin Camerer del California Institute of Technology. A tale proposito è utile fare riferimento ai Quadranti IV° e I° della Matrice dei processi comportamentali di Colin Camerer e alla Prospect Theory (A.Tversky e D. Kahnemann), che descrivono come le rappresentazioni mentali (prima) ed i calcoli mentali (poi) strutturino le preferenze, che determinano le scelte d’investimento.
L’articolo completo lo puoi trovare su Soldi,
in edicola in questi giorni

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