Banche e reti, matrimonio impossibile

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di Redazione 8 Febbraio 2010 | 16:30
Tra banche e reti non sempre c’è identità di vedute. E’ Fideuram ad essere un asset non strategico o sono le banche, in generale, a non capire fino in fondo la strategicità delle proprie reti di vendita?

E’ Fideuram ad essere un asset non strategico o sono le banche, in generale, a non capire fino in fondo la strategicità delle proprie reti di vendita? La domanda ricorre più volte nella discussione sorta tra i lettori di Bluerating in merito alla vicenda della probabile quotazione sul listino di Milano di Banca Fideuram nei prossimi mesi, operazione che alcuni vorrebbero coinvolgesse maggiormente gli uomini della rete.

“Fideuram non è un asset strategico per la banca in quanto ha preso la strada della consulenza finanziaria. 

 

Quindi l’occasione è propizia per accelerare al massimo la transizione e offrire al mercato un nuovo approccio per l’impiego del risparmio liberi da pressioni commerciali e strategiche” sostiene un nostro lettore, cui subito dà manforte un collega: “La soluzione migliore è l’autonomia, il modello Azimut ad esempio, quindi il 25% in mano a promotori, gestori, dipendenti e management (riuniti in un patto di sindacato), il 45% flottante sul mercato e la quota restante in mano ad istituzionali, con partecipazioni massime del 2%-3%”. Altrimenti il rischio è che banche e assicurazioni “ogni due anni cambiano strategie, piani industriali, investimenti e magari anche proprietà”, compromettendo il lavoro dei PF coinvolti.

 

PF che a volte rimproverano al management delle capogruppo di non saperli comprendere e valorizzare: “L’attuale management di Intesa è quello che liquidò il progetto Banca Primavera nell’anno 2003, guarda caso un progetto serio di fare banca, dove il cliente decideva cosa sottoscrivere, e non i manager della banca!” Tanto che la conclusione, amara, è che “i promotori finanziari alle banche non interessano più da anni”.

 

Anche per questo, forse, “un PF di una rete quotata sul mercato da un paio di anni circa” conclude: “ Vantaggi? (dalla quotazione, ndr) A mio avviso nessuno. Sono aumentati sensibilmente i prodotti ad alto costo per dimostrare agli azionisti (e al mercato) ritorni di un certo tipo. Vantaggi per i PF? Rispetto a ciò che paga il cliente… veramente pochi. Vantaggi per i clienti? Non ne vedo rispetto a prima”. Insomma: se tra una banca o un’assicurazione e la sua rete il dialogo a volte è difficile, la quotazione può essere la strada giusta per risolvere il problema alla radice o è meglio, come suggerisce qualcuno, “se non va bene basta cambiare, il mercato è pieno di tante realtà!”?

Diteci come la pensate al riguardo, partecipando alla nostra discussione cliccando qui.

 

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