Promotori, c’è chi crede ancora nel futuro della professione

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di Redazione 5 Marzo 2010 | 15:30
E’ però necessario che banche e compagnie assicurative italiane assimilino realmente una cultura basata sulla creazione di valore non solo per i propri azionisti ma anche per la clientela. Solo così si potrà valorizzare e non disperdere un patrimonio professionale accumulato in quasi trent’anni.

Mentre tra i PF che da giorni animano la discussione sul futuro della professione si discute accanitamente sull’opportunità o meno di puntare ad ottenere dalle mandanti un minimo garantito che vada ad affiancare le provvigioni di collocamento (ipotesi che non risulta gradita a tutti e che pare lasciare alcuni perplessi circa la concreta possibilità di adesione a questo genere di richieste da parte delle società mandanti), un nuovo lettore che si dichiara “un neofita” prova a chiedere aiuto ai professionisti più esperti per “intraprendere questa sfida”.

 

Una richiesta che dovrebbe far riflettere chi, amareggiato dopo anni di difficoltà crescenti, vede nero, ma anche chi ancora nutre speranze ormai anacronistiche. “Ho fatto una serie di colloqui e la maggior parte delle agenzie non prende nemmeno in considerazione le persone che non hanno un briciolo di portafoglio!!” spiega sconsolato il nostro “giovane” lettore che chiede quindi un consiglio su come fare a superare questo primo scoglio.

 

Certo occorrerebbe ricordare all’aspirante professionista che ormai quello del risparmio gestito è un settore maturo, ad alto tasso di concorrenza e con margini ridotti rispetto anche solo a pochi anni fa. Ben lo spiega una battuta di un PF che ricorda: “non esistono più strumenti come Unit Linked che i PF facevano sottoscrivere ai clienti magari durata 30 anni, cosi le commissioni, anzi spese, si chiamavano sul primo versamento , arrivavano al 90% e tutti incassavano felici e contenti. La fiaba è finita”.

 

La “fiaba” forse, ma difficilmente un mercato che rappresenta circa 434 miliardi di euro svanirà nel nulla, così come è difficile pensare che la clientela non abbia bisogno di professionisti in grado di interpretarne al meglio le esigenze, possibilmente senza eccessivi conflitti d’interesse. Di promotori finanziari così come di consulenti indipendenti ci sarà ancora bisogno in futuro, il punto critico resta quello relativo ai numeri complessivi. 

 

Posto che non tutti i circa 23 mila promotori finanziari italiani censiti da Assoreti a fine gennaio scorso vorranno o potranno diventare consulenti finanziari indipendenti, visto che come ricorda, provocatoriamente, un nostro lettore “non so come è la situazione al Nord, ma posso garantire che al Sud i clienti non pagano nè commercialisti nè avvocati nè architetti e figuratevi se pagano il consulente”, né ci si potrà concentrare solo sulle posizioni degli “high net worth individuals” (ossia della clientela più ricca), sarebbe necessario capire come evitare di disperdere per l’ennesima volta un patrimonio di professionalità che, nel bene o nel male, ha consentito al sistema finanziario italiano di assumere le caratteristiche di un mercato di massa. 

 

A beneficio anzitutto degli azionisti delle banche e compagnie assicurative che sono riuscite in questi vent’anni a guadagnare le principali posizioni di mercato. Le stesse che ora dovrebbero decidersi a risolvere una volta per tutte i conflitti d’interesse che scaturiscono da una visione della professione che premia unicamente la produzione di reddito e non tiene in debito conto, almeno a giudicare dalle testimonianze portate dai lettori di Bluerating, la capacità di curare la relazione e creare realmente valore per il cliente. 

 

Ma forse il problema è proprio questo: banche e assicurazioni italiane hanno mai assimilato una mentalità tesa alla creazione del valore non solo per sé e i propri azionisti ma anche per la propria clientela? Come sempre indirizzate i vostri commenti qui

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