Derivati Milano, per ora il giudice dà ragione a Palazzo Marino

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Gianluca Baldini di Gianluca Baldini 14 Luglio 2010 | 10:15
Il tribunale ha respinto oggi le richieste di annullamento del capo d’imputazione avanzate dagli avvocati difensori delle quattro banche coinvolte nel processo.

Il giudice della quarta sezione del tribunale di Milano, Oscar Magi, ha respinto tutte le questioni preliminari presentate dagli avvocati difensori nel processo sulla presunta truffa al Comune di Milano sui contratti sui derivati. Gli avvocati avevano posto l’accento in particolare sulla “indeterminatezza del capo di imputazione” chiedendone la dichiarazione di nullità e sulla mancata traduzione di una serie di atti, alla luce del fatto che i legali rappresentati delle banche estere imputate non sono tenuti a sapere l’italiano. Il procuratore aggiunto Alfredo Robledo, che rappresenta l’accusa, aveva chiesto di respingerle tutte e così oggi ha deciso il tribunale. La prossima udienza per le richieste di prova è stata fissata per il 24 settembre prossimo.

Nella scorsa udienza, in particolare, gli avvocati avevano insistito sul fatto che gli atti relativi alla chiusura delle indagini, alla richiesta di rinvio a giudizio, alla fissazione dell’udienza preliminare e quello che dispone il giudizio sarebbe stato necessario tradurli, in quanto gli istituti di credito coinvolti sono stranieri. Nel processo in corso al tribunale di Milano sono imputate quattro banche: Ubs, Jp Morgan, Deutsche Bank e Depfa Bank insieme a Tommaso Zibordi e Carlo Arosio (dipendenti di Deutsche Bank), Gaetano Bassolino, figlio del governatore della Regione Campania, Matteo Stassano e Alessandro Foti (tutti di Ubs), Antonia Creanza, Fulvio Molvetti, Francesco Rossi Ferrini e Simone Rondelli (Jp Morgan), Marco Santarcangelo e Francis William Marrone (Depfa Bank) e Giorgio Porta, all’epoca dei fatti direttore generale del Comune di Milano, e il consulente dell’ente locale Mauro Mauri. Il procedimento ha al centro uno swap trentennale del 2005 tra il Comune di Milano e le banche, su un bond bullet da 1,68 miliardi di euro in scadenza nel 2035, emesso da Palazzo Marino sotto la Giunta guidata da Gabriele Albertini. Stando alla ricostruzione fatta dagli inquirenti, le banche, dalla sottoscrizione dei contratti avvenuta a Londra – e quindi regolati dalla legge inglese – avrebbero avuto un profitto illecito iniziale di 52 milioni poi lievitato, per le rinegoziazioni, a poco più di 100 milioni.

Nella vicenda le quattro banche sono imputate come persone giuridiche per illeciti amministrativi previsti dalla legge 231 del 2001, che impone alle aziende la costituzione di modelli organizzativi per prevenire gli illeciti. La procura ha sostenuto nella sua richiesta di rinvio a giudizio che gli indagati avrebbero detto “falsamente” che la struttura proposta al Comune «avrebbe consentito una riduzione del valore finanziario delle passività totali a carico dell’ente nella misura di 57.326.070 euro così prospettando tale proposta come conveniente” per il Comune. In realtà, invece, secondo la procura di Milano, il prodotto offerto a Palazzo Marino «non rispettava il valore complessivamente nullo di uno swap all’atto della sua stipula, secondo la prassi e la condotta di mercato». Inoltre, secondo l’accusa, nella stipulazione del contratto il Comune sarebbe stato «spogliato dolosamente» delle tutele previste per gli enti qualificati come ‘intermediate costumer’, non ricevendo le protezioni espressamente indicate dal Conduct of Business Sourcebook e dal Financial Services Authority Handbook.

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