Il mercato dell’arte non è più “dopato”

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Gianluca Baldini di Gianluca Baldini 21 Settembre 2010 | 12:00
Meno euforia e maggiore affidabilità. Oggi sono queste le caratteristiche del settore che vive una fase di volatilità. Ecco un vademecum per investire.

l 2010 potrebbe essere ricordato dagli analisti come l’anno della ripresa del mercato dell’arte. A sostenere questa tesi ci sarebbero i conti in piena salute delle due più grandi case d’aste al mondo, Sotheby’s e Christie’s, e l’ingresso da parte di Vontobel, una nota banca svizzera, nel mercato degli investimenti in arte.
Se da un lato è vero che Sotheby’s ha chiuso il primo semestre dell’anno con ricavi in crescita del 73% a 383,3 milioni di euro e che Christie’s con ricavi in aumento del 46% a 2,6 miliardi di dollari, è altrettanto vero che negli ultimi due anni il mercato ha registrato una notevole contrazione, merito della crisi che ha investito la maggior parte dei mercati finanziari. Come spiega Artprice, società quotata a Parigi che si occupa di informare chi investe in arte, tra il 1990 e il 2007 il settore ha goduto di una crescita fuori dal comune. L’indice dei prezzi delle opere d’arte è salito del 15% con un particolare incremento dei prezzi negli Stati Uniti, Paese dove il valore delle opere è cresciuto dell’88%. Tassi di crescita tanto elevati, però, ora sono solo un ricordo lontano. Dopo il settembre del 2008, periodo in cui fallì Lehman Brothers, iniziò una lenta decelerazione del mercato e nelle seconda metà del 2008, il 43% delle opere proposte rimase invenduta. Dopo alcuni anni di “euforia”, alcune delle più grandi case d’aste al mondo si trovarono così costrette ad attuare piani di riduzione dei costi. Nel 2009, Christie’s mise in atto importanti tagli al personale (circa il 20%) e alcuni dipartimenti vennero fusi insieme per limitare le spese. In un clima di totale incertezza sotto il profilo economico, le vendite di opere al di sopra dei 10 milioni di dollari sono scese del 59% (1,2 miliardi di dollari nel 2007 contro 525 milioni del 2009) con un particolare calo del 77% tra le opere di arte contemporanea. Le vendite tra il 2007 e il 2009 sono calate di 3,7 miliardi di dollari rispetto al 2008, anno in cui erano già più basse rispetto al 2007 quando il giro d’affari delle opere d’arte era di 9,3 miliardi di dollari. I mercati più colpiti da questa contrazione sono stati quello americano
(-1,6 miliardi nel 2008) e quello inglese (in calo di 1,9 miliardi). Nel 2009, secondo artprice.com, il mercato mondiale dell’arte si è rivolto maggiormente verso l’arte moderna, regina del mercato, con il 48,2% delle preferenze. Staccata di molti punti percentuali ma pur sempre al secondo posto c’è l’arte del dopo guerra (16,2%), quella del diciannovesimo secolo (13%), quella legata alla grande firme (Picasso, Matisse e altri) con il 12,5% e l’arte contemporanea con il 10,1% delle preferenze. Sempre secondo Artprice, l’Italia è ben lontana dall’essere tra i Paesi che più investono in arte. Il primo posto in classifica va agli Stati Uniti. Nel 2009, il 27,9% degli investimenti in arte è avvenuto per merito loro. Distaccato di poco c’è il Regno Unito (21,3%) seguito dalla Cina che detiene il 17,4% del settore. In quarta posizione ci sono i francesi (13,9%) e, a pari merito con la Germania, c’è l’Italia con un modesto 3,2% degli investimenti mondiali. Più in basso del Belpaese c’è la Svizzera che nel 2009 ha dato vita solo all’1,8% degli investimenti in arte.
ADVISOR ha fatto una “chiacchierata” con Silvia Segnalini, art lawyer, esperta del mercato dell’arte e autrice del “Dizionario giuridico dell’arte”, un libro edito da Skira che vuole essere un vademecum per chi investe o lavora in un settore che può rivelarsi pieno di insidie sotto il profilo economico.

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