Il risiko bancario passa sempre da Milano

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di Redazione 12 Ottobre 2010 | 17:00
E così Bpm ha deciso: per il 51% di Banca Monte Parma è pronta a pagre 156 milioni di euro, beninteso non tutti in contanti ma con la formula fifty-fifty, metà cash e metà in titoli Bpm di nuova emissione. Una clausola necessaria a…

E così Bpm ha deciso: per il 51% di Banca Monte Parma è pronta a pagre 156 milioni di euro, beninteso non tutti in contanti ma con la formula fifty-fifty, metà cash e metà in titoli Bpm di nuova emissione. Una clausola necessaria a non far scivolare sotto il 7% il Core tier 1 (come pure la richiesta di sottoscrivere un futuro aumento di capitale della banca per massimi 100 milioni di euro, sulla base di una valutazione del patrimonio netto, a, 30 giugno scorso, ad un multiplo non superiore a 1,6 volte i valori di libro) che la dice lunga sullo stato di salute dell’istituto meneghino.

 

Il quale, certamente, è sempre stato molto attento in materia di acquisizioni (anche troppo visto le tante “incompiute” degli ultimi anni) ma che comunque in questi settimane sta anche vagliando le offerte, tra gli altri, di Cardif, Zurich e Covea per l’80% di Bpm Vita e del business Danni. 

 

E visto che la stessa Banca Monte Parma è sul mercato per il pressing della vigilanza di Banca d’Italia, che ha portato la Fondazione a predisporre un aumento di capitale da 120 milioni di euro giudicato il minimo indispensabile per rafforzare la situazione patrimoniale dell’istituto (tanto che si parla di un possibile ingresso con una quota di minoranza anche di Fondazione Cariparma, in veste di “partner locale” a fianco del nuovo socio di controllo) il quadro è nel complesso molto poco rassicurante per quanto riguarda istituti di medie o piccole dimensioni.

 

“Piccoli” che dal canto loro in questi anni si sono strenuamente opposti a quei progetti “globalizzanti” portati avanti dai gruppi maggiori (rivelatisi poi in molti casi a loro volta se non dei giganti dai piedi d’argilla quanto meno pericolosamente esposti a vari rischi, vuoi sul mercato italiano vuoi in termini di investimenti esteri) e che forse avrebbero potuto rafforzare il sistema. Ma tant’è, che il capitalismo italiano sia cronicamente carente di capitali è evidente da decenni, che lo siano anche le Fondazioni che governano le nostre banche non dovrebbe essere una sorpresa, specie dopo la crisi del biennio 2008-2009.

 

Potranno queste debolezze essere il motivo per arrivare ad una svolta in grado di ridisegnare il quadro delle alleanze nel settore? Qualcuno lo crede ed individua in un (ex) banchiere smaliziato come Cesare Geronzi l’uomo adatto a dare il là a un nuovo giro di risiko che potrebbe coinvolgere in primis il sistema Mediobanca-Generale e da lì a cascata tutti i rapporti finanziari ed industriali cresciuti nel corso di decenni all’ombra della gestione Cuccia (e poi Maranghi). Sarà un bene o un male per promotori, dipendenti e clienti tutti? Attendiamo come sempre la vostra opinione qui sulle pagine di Bluerating.

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