Nelle tasche dei promotori

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di Redazione 10 Febbraio 2011 | 10:30
Enasarco, costi associativi, auto, ufficio, formazione: cosa resta…

di Luca Spoldi

Tasse, contributi, costi: di mille euro di provvigioni quanto resta in tasca, di netto a un promotore? Lo abbiamo chiesto ai diretti interessati e dal quadro emerso si conferma che quello del cuneo fiscale è un problema che grava anche su questa categoria professionale in Italia. Proviamo a fare due conti: un promotore una volta iscritto all’Albo PF (dunque superato l’esame di Stato e pagati i primi 300 euro quale contributo istruttorio) svolge un’attività equiparata all’attività d’impresa e quindi è assoggettata alle norme fiscali che disciplinano il reddito d’impresa.

Il che significa che sulle sue provvigioni lorde (il cui ammontare dipenderà sia dalla quantità e tipologia di prodotti collocati, ciascuno dei quali ha commissioni di collocamento differenti con un minimo solitamente attorno al mezzo punto percentuale per gli strumenti che gestiscono la liquidità, all’1%-1,2% per i fondi obbligazionari, al 2% per la maggior parte dei fondi azionari, sino ad arrivare al 4%-6% per i prodotti assicurativi, sia dalla percentuale di retrocessione, che varia a sua volta in base a vari parametri) verrà applicata una ritenuta d’acconto pari al 23% sul 50% del fatturato lordo.

Quindi ipotizzando che un promotore finanziario collochi circa 100 mila euro di fondi e polizze in un mese, vedendosi riconosciuti circa 2 mila euro di provvigioni lorde (tra attività di collocamento e manutenzione del portafoglio in essere), 230 euro saranno trattenuti dalla mandante come ritenuta d’acconto. Ma dal 50% del fatturato lordo occorre sottrarre anche il contributo all’Enasarco (pari al 13,5% e con versamenti pari almeno a 91 euro a trimestre e non oltre i 14.561 euro all’anno per agenti plurimandatari come sono considerati i promotori) e dunque ad altri 135 euro. In tutto al promotore finiranno dunque 1.635 euro in tasca, ma non è finita qui: in quanto persona fisica e non giuridica un promotore deve anche pagare l’Irpef. Se non si superano i 15 mila euro di reddito imponibile (scaglione per cui si applicherebbe un’aliquota del 23%) non si dovrà versare nulla, in caso contrario occorrerà versare le relative tasse sulle somme eccedenti, in base ai diversi scaglioni di reddito (per i redditi 2010 da 15.000,01 a 28.000 euro si applica un’aliquota del 27%, da 28.000,01 a 55.000 euro aliquota del 38%, da 55.000,01 a 75.000 euro una del 41%, mentre per i redditi oltre 75.000 euro l’aliquota sale al 43%). Naturalmente l’imponibile potrà essere ridotto deducendo alcuni costi (in tutto o in parte secondo le disposizioni fiscali vigenti), che peraltro nel corso dell’anno il PF dovrà sostenere (dal costo dell’ufficio, qualora la mandante non intervenga direttamente, all’acquisto di un’autovettura, fino al pagamento delle bollette del cellulare), costi che sono direttamente legati all’esercizio della professione e dunque tendono a salire al crescere dei volumi d’attività ma non si possono comprimere oltre certe soglie minime nei momenti di “magra”. Nei due esempi riportati in questa ricerca abbiamo semplificato la situazione di due promotori che incassano 2.000 euro e 10.000 euro lordi mensili.

Morale della storia: se siete un promotore ad inizio carriera probabilmente anche il contributo di alcune centinaia di euro al mese che tendono ad offrire molte reti ai neo-inseriti potrà farvi comodo, fintanto che il vostro patrimonio di relazioni non vi consentirà di fatturare almeno 3-4 mila euro lordi al mese, così da poter sperare di ritrovarvi in tasca circa 2 mila euro netti.

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