Promotori – La concorrenza a volte è un dramma

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di Redazione 19 Aprile 2011 | 10:30
Cresce la concorrenza e, con questa, aumentano le disavventure finanziarie.

di Luca Spoldi

Il pessimismo, in qualsiasi attività e in quella dei promotori finanziari in particolare, “non ci aiuta ad andare avanti”, ma forse “pensate che sarebbe stato meglio lavorare come dipendente in banca dietro a uno sportello? Se la pensate in questo modo probabilmente l’attività di promotore finanziario non fa al caso vostro”. È la risposta di un nostro lettore a tutti coloro che notano come la concorrenza crescente e le disavventure economico-finanziarie degli ultimi anni non abbiano reso agevole la professione di promotore finanziario. Ma un altro lettore, “un “semplice” promotore, da 18 anni nella stessa società nonostante ponti d’oro per cambiare, proprio perché una vale l’altra” non ci sta e ricorda: “le strategie aziendali non diventano profitti senza promotori”. In sostanza, suggerisce il lettore, se non siete convinti dei budget di prodotto proposti, ignorateli: “che ci possono fare se non li rispettiamo? Non darci una manciata di euro?” si chiede il nostro lettore. Che aggiunge:

“Smettiamola di lagnarci e diventiamo imprenditori: noi, la nostra faccia, la nostra professionalità e i clienti. Ho smesso da anni di aspettare aiuti dai manager”. Un moto d’orgoglio che può essere condiviso, se correttamente inteso. “Dobbiamo darci noi i budget: ambiziosi, smisurati, che ci diano profonde soddisfazioni una volta raggiunti, al di là del guadagno” aggiunge il professionista, secondo cui le società andrebbero utilizzate “solo come supporto all’attività!” Anche perché “mentre ci lamentiamo le banche gestiscono il 93% della ricchezza degli italiani, riempiendoli di obbligazioni proprie” che, aggiungiamo noi, più volte in passato anno riservato sorprese non del tutto positive ai loro sottoscrittori (e non soltanto nei casi più estremi come Lehman Brothers). Ribattendo a un collega secondo cui “alle mandanti non interessa niente dei promotori, questi sono considerati come i deportati nei campi di concentramento” il nostro lettore risponde, concludendo: “altro che deportati nei lager: diventiamo professionisti di cui la comunità possa apprezzare il valore! Questo il nostro destino se solo ne prendiamo coscienza. Io ci credo e lavoro ogni giorno per non essere contraddetto. Solo poesia?” Noi pensiamo di no, che non sia solo poesia ma un atteggiamento sempre più indispensabile, e voi?

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