Consulenti indipendenti crescono

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Il congresso per i 10 anni di Consultique è l’occasione per fare il punto

di Redazione29 settembre 2011 | 09:27

Ci siamo. Consultique sim festeggia i dieci anni. Ci eravamo lasciati qualche numero fa con l’annuncio dell’evento a Valpolicella, in provincia di Verona: il congresso nazionale dei professionisti e delle società di consulenza finanziaria fee only per celebrare l’anniversario, fare il punto e andare oltre. “Eravamo alla fine degli anni Novanta”, diceva a BLUERATING Luca Mainò, consigliere delegato della società, ricordando da dove tutto è partito. “Ancora non si parlava di consulenza indipendente, né il legislatore europeo aveva in animo di dar vita alla Mifid. L’ad Cesare Armellini coinvolse Giuseppe Romano e me in un’avventura imprenditoriale che oggi è diventata una realtà”. In occasione dell’evento dei dieci anni, BLUERATING è andata a sentire proprio Giuseppe Romano, che oggi in Consultique ricopre la carica di direttore dell’ufficio studi e ricerche.

Il filo conduttore, a Verona, è il ruolo della consulenza finanziaria in Italia oggi e domani. Voi che ruolo immaginavate di avere, quando siete partiti?
Quando siamo partiti, il progetto appariva utopico. Bello, puro, ma utopico. In quegli anni, tutto andava a gonfie vele, i mercati erano al rialzo, l’attività dei promotori era in crescita, si guadagnava tanto e bene anche con portafogli piccoli e medi, c’erano tanti che facevano trading. Era facile guadagnare anche per le banche, che incassavano dal trading e dai prodotti. Diciamo che il promotore, all’epoca, poteva guadagnare anche senza soddisfare il cliente. Noi ci siamo inseriti in questo contesto. Non avere una parcella da pagare era una cosa apparentemente buona per il cliente, perché guadagnava e non sborsava soldi. Poi, magari, succedeva che l’intermediario aveva un ritorno del 30% mentre quello del cliente era del 20%. Che comunque era tanto, e quindi lui si accontentava. Il punto è che all’epoca praticamente non c’era cultura finanziaria, di conseguenza i clienti non ci badavano troppo.

Immagino che prima di partire abbiate fatto un business plan.
Certo. Era il 1999/2000. Tutti ci dicevano, appunto, che era un’utopia, perché nessuno avrebbe accettato di pagare una parcella. Nessuno lascerà il certo per l’incerto, ci dicevano. Non avremmo trovato soggetti disposti a farlo. Allo stesso tempo, notavamo un’ampissima asimmetria informativa. La gente non sapeva distinguere la qualità dalla spazzatura. In questo quadro, noi davvero proponevano qualcosa di diverso. Due fattori ci hanno aiutato. Il primo è stato l’andamento dei mercati. Il secondo, gli scandali che hanno coinvolto le banche.

Da una parte la bolla di Internet, dall’altra Parmalat e Cirio. E i bond argentini.
Esatto. Per effetto di questi eventi, aumentò il numero dei promotori che si misero a disposizione perché volevano fare le cose in modo diverso. Crebbe anche il numero dei risparmiatori che si rivolgevano a noi. Ancora oggi notiamo questa correlazione: quando le cose sui mercati si fanno difficili, sale la quota di investitori che si fanno avanti per avere un check up dei loro portafogli. Ed è una tendenza in crescita.

Ancora oggi il vostro core business è il portafoglio dei clienti, giusto?
Sì, ma non facciamo solo quello. Diciamo che in questi anni abbiamo intercettato bisogni latenti. Lavoriamo, per esempio, alla pianificazione previdenziale, con i contributi, il riscatto della laurea e tutto il resto. Interveniamo su una serie di aree diverse, e il risparmiatore oggi sa che la nostra attività non è soltanto sui portafogli. Ma lavoriamo anche con le aziende e gli enti pubblici.

A proposito: lei è stato chiamato a far parte della cabina di monitoraggio sui derivati degli enti locali della Sicilia. Come procede?
Direi che è troppo presto per dirlo. Le analisi sono in corso.

Fate consulenza per capire cos’hanno in portafoglio?
Sì. Questo vale per le aziende e per gli enti pubblici. Lavoriamo anche con le procure, con gli avvocati e con i commercialisti. Ma, come accennavo, la selezione degli strumenti finanziari resta la nostra attività core. I media ci hanno aiutato a farci conoscere. Noi lo ribadiamo: ci vuole cultura finanziaria. Nel 2006 abbiamo pubblicato il primo libro sulla consulenza finanziaria, al quale nel 2008 è seguita una seconda pubblicazione. Il concetto di “parcella occulta”, per dire, è venuto da noi. Credo che l’Albo dei consulenti aiuterà.

Ecco, appunto, l’Albo. A che punto è?
Sostanzialmente fermo, al momento. Il ministero dovrebbe stanziare circa un milione e mezzo di euro. Siamo in attesa.

A Verona si parla anche di opportunità e rischi sui mercati. Qual è la vostra strategia?
Ovviamente, è centrata sulla protezione dei portafogli. Quando ancora la percezione del rischio era bassa – perché dopo i minimi del marzo 2009 i mercati si erano ripresi – noi consigliavamo di abbassare la concentrazione sull’Italia e di sovrappesare le materie prime, le multinazionali e i titoli dei settori non ciclici. E poi, noi trovavamo interessante il debito degli Paesi emergenti. Negli ultimi mesi, sono sostanzialmente cambiate le relazioni macroeconomiche. Il mercato si è ribaltato e l’obbligazionario è diventato più rischioso dell’azionario. Crediamo che alcuni titoli abbiano perso troppo, ma riteniamo anche che sia troppo presto per entrare nell’equity. Aspettiamo momenti migliori.

Come vedete l’Italia? Mettiamo in conto una sofferenza ma nessun default, almeno non nel breve. Chi è completamente scarico sull’Italia può mettere in portafoglio scadenze brevi. Ma a piccole dosi.


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